Così Nicola Zingaretti sconfisse Matteo Renzi (ma anche Luigi Di Maio)

Il dirigente considerato dai big democratici «non di fascia alta» riesce a concludere l'accordo di governo (e senza «strappi»). Così costringendo l'ex sindaco di Firenze a battezzare anticipatamente la sua «Italia viva»

Renzi, Zingaretti e Di Maio

Renzi, Zingaretti e Di Maio

Tommaso Verga 18 settembre 2019
di Tommaso Verga
Non è detto che «tutto il male vien per nuocere». Mottetto applicabile in entrata e in uscita agli avvenimenti di questi giorni. C'è chi, tentato dalla prova-oracolo, nemmeno intende disporre la sequenza dei fatti, degli avvenimenti. Un solo mantra: Matteo Renzi se n'è andato dal Pd, chi ci rimette? Lui o il Pd? Il Pd, non si discute. 
Di contro, c'è chi elabora la risposta ricorrendo alla prova-costume dovuta al risultato che il Nicola Zingaretti, considerato dai gigliati un dirigente non esattamente di fascia alta, è riuscito a condurre in porto, concludendo senza strappi la partita della formazione del governo. Senza neppure l'aiutino – anche se non ce ne sarebbe stata necessità – del disdegnoso Di Maio. Il giorno che prelude al successivo – «mmm, qui va a finire che s'accordano; e senza di me» – la misura dell'imprevista accelerazione di Renzi.
Vengono da sé. Domande in sequenza che si collocano assieme alle non molte altre causa-effetto della scissione del Partito democratico. Che l'ex sindaco di Firenze avesse voglia di andarsene era ghiribizzo noto. L'andamento delle trattative sulla formazione del governo Conte ha creato il corto-circuito che ha l'ha costretto anzitempo a concludere, salendo prima sul carro del vincitore e poi a battezzare la formazione di «Italia viva». Primo atto a venire, l'incontro-scontro con Matteo Salvini. Pura propaganda, un avvertimento «pronti? like». Difficilmente ne rimarrà uno soltanto.
L'alternativa? Se l'accordo a tre non fosse andato a buon fine, l'Italia sarebbe precipitata nel vortice del voto anticipato. Con l'effetto aborrito dello scompaginamento delle truppe di Matteo Renzi. Nel Pd, in Parlamento. La marginalizzazione, la pelle d'oca che affligge gli elencati nella lista «rottamati».
Obiezione: come si concilia il tutto con il fatto che proprio Matteo Renzi s'è rivelato determinante nella formazione delle decisioni nel Partito democratico? Che il leit-motiv «battaglia contro l'aumento dell'Iva» sia stato la cartina di tornasole della svolta in direzione della formazione del nuovo tripartito (poi diventato quadri)? Con l'accettazione da parte di Zingaretti?
E' noto. Un problemone? Che qualunque governo dovrà affrontare  partendo dal fatto che le clausole di salvaguardia sono in parte già sterilizzate dai risparmi su «quota 100» e «reddito di cittadinanza»: non per la bravura del governo Conte Uno di economizzare ma per la cantonata quanto a numero di domande presentate.
Allo stato, non appaiono probemi. Matteo Renzi si è impadronito dello slogan di Veltroni del 2008 (chissà se ha chiesto il permesso) intitolando la formazione «L'
Italia viva». Quanto lo dirà la campagna per le nomine negli enti prevista per la fine dell'anno.