Roma è la capitale. Ma per Matteo Salvini è un paese come qualsiasi altro

Le funzioni di rappresentanza – turismo, manifestazioni politiche e sindacali, visite istituzionali – per i bilanci del Campidoglio costituiscono solamente un aggravio. Che la Lega riconoscerà quando avrà il sindaco (la Saltamartini?)

Il Campidoglio

Il Campidoglio

Tommaso Verga 1 giugno 2019
di Tommaso Verga
Il tempo non conta. Stai fermo, immobile in mezzo al traffico. Per buon gusto non annoti le reazioni. Dall'auto vicina la panacea verbale: «Oggi c'è la visita del presidente» (capo di Stato, re, ambasciatore, fa lo stesso). Ma quanto durerà? «Seee, dura, dura». Quindi? Lavoro, esami, visita medica, salta tutto. Se va bene di ore, sennò di giorni, di mesi. Vivi a Roma ma sei obbligato a farci il callo.
Finita lì? Magari... Perché l'ospite (capo di Stato, re, presidente, ambasciatore) desidera visitare questo e quel monumento, il museo, la cattedrale, la basilica, l'esposizione di quadri, di sculture, la biblioteca. Bellezze delle quali ha sentito parlare e che conosce quel tanto appreso dai libri di Storia. Il guaio (per l'automobilista) è che si tratta della Storia dell’Uomo. Dalle sue parti, se non conosci la Storia – non soltanto – non diventerai mai un leader.
Il confronto i tuoi lo perdono senza rimpianti. Perché gli atteggiamenti dei personaggi espressione del «fascismo da bar» – come li qualificava Giorgio Almirante – risultano talmente impietosi al punto che vien da chiederti se hanno mai visitato il Colosseo o la Cappella Sistina (o la Pinacoteca di Brera o gli Uffizi). La versione «pagana» prende in esame l'apporto sulla percentuale del Pil (il solo numerino che intendono tanto ne sanno alcunché). C'è un presidente? «Mi raccomando la ripresa tv, primo piano sulla parata dovuta al grado».
Quel che si ignora è che tutto questo richiede una «cabina di regia». Nella quale sono presenti il governo nazionale e quello cittadino, l'amministrazione capitolina. Perché, trascurando l'ignoranza e la grossolanità della Lega, da Bossi a Salvini – leggera differenza per il «jazzista» Roberto Maroni –, Roma è la capitale d'Italia e una defaillance nei confronti d'un ospite provoca un giudizio che ricade sull'intera comunità patria.
Quindi la predisposizione dei servizi deve godere del pregio dell'inappuntabilità. Dai vigili urbani – i «pizzardoni» a Roma, i «ghisa» di Milano – impegnati nella sicurezza, ai turni no stop della nettezza urbana. La narrazione sembra quasi novellesca, tutto molto bello e rinfrancante. Rinsalda lo spirito e l’orgoglio dovuto all’appartenenza. Il problema nasce alla cassa.
La domanda “chi paga” fatta a Salvini può trasformarsi in un brutale preambolo a «Roma ladrona». Brutto slogan di per sé, patrimonio dei nordisti, trascurato nei comizi sotto l’Umbria, ripreso varcato il Garigliano. Finisse con la visita del re. Quando i tre escono da Palazzo Chigi (per quanto incerto adesso il numero) va remunerato chi ha controllato la piazza del governo, i lavoratori del Campidoglio. E, ancora, la manifestazione della Lega, dei sindacati, piazza San Giovanni dev'essere ripulita.
Per evitare che Salvini e l’ordine dei salviniani accusino di ricorrere ad artifizi e alla propaganda, si prende in esame l’esempio più consueto nella sua ordinarietà, una ricorrenza che si propone più volte a settimana: la riunione del Consiglio dei ministri. In genere di sera l’inizio, a notte spesso inoltrata il termine. Anche in questa evenienza (che evenienza non è) si debbono garantire i servizi, dei quali è responsabile il Comune. Per dire: il più ordinario, la presenza dei vigili urbani a largo Chigi, a carico del Campidoglio, col pagamento della maggiorazione per lo straordinario.
Il problema è – a parte ogni considerazione sull'azione di governo – che Virginia Raggi ha sbagliato. Su due direttrici. Nell'affidarsi a Matteo Salvini un anno fa; più di recente, nel chiedere la ridiscussione dei tassi di interesse sul debito capitolino.
Credere nel leader della Lega, fatto certamente dipendente dal «contratto di governo», ha costituito l'handicap che ha interessato tutto lo svolgimento seguente. Il brusco e inaspettato voltafaccia del ministro – dopo un semestre di complimenti tra i due – si deve alla «scoperta» nel suo partito della candidatura a portata di investitura. Così, a far fuori la Raggi, provvederà Barbara Saltamartini (a Roma «Saltapartiti», oggi leghista, passata per la fiamma missina fino ad Angelino Alfano), che nell'aula «Giulio Cesare» è stata già con Gianni Alemanno. Sindaco che raggiunse l'accordo con la Lega, quello del «patto della pajata» con Renata Polverini e Umberto Bossi, della grande vittoria di aggiungere a Roma «capitale», per adeguarla alle «città colleghe». Tanto che sono in corsa i rispettivi Consigli comunali per trasformarle in Londra capitale, Parigi capitale, Berlino capitale, persino La Valletta capitale. Con una differenza (effettiva): tutte godono di uno status particolare, del riconoscimento della funzione e delle economie conseguenti.
Un quadro generale che non depone a favore della sindaca. Sostenuta convintamente neppure dal suo partito. Inutile perdere tempo con questo governo (durata a parte). Delle finanze di «Roma capitale» si potrà ragionare soltanto quando Salvini converrà sulle necessità della capitale, peculiari, diverse da tutte le altre città, purché «gestite» da un suo esponente.
Del tema si discute da quando lo sollevò Valter Veltroni, sindaco di Roma dal 2001 al 2008. Necessità teorizzata altresì da Francesco Storace, dal 2005 e per un quinquennio presidente missino della Regione Lazio, l'uno propugnatore della capitale-distretto modello-Berlino quanto a forma di governo dell’area vasta a differenza di Veltroni, sostenitore della città metropolitana. Un appunto che illustra una storia lunghissima. Sempre senza esito.