Matteo Salvini fa il comizio a Tivoli. CasaPound garantisce il «servizio d'ordine»

Tivoli non tradisce lo storico sentimento operaio, antifascista e antirazzista, l'esibizione di questa mattina del leghista in una piazza mezza vuota. Polemica sul 1° Maggio, con i «comunisti», con Nicola Zingaretti e con Luigi Di Maio

«Tivoli non si lega»: lo striscione della «rete antirazzista» stamattina al comizio di Salvini

«Tivoli non si lega»: lo striscione della «rete antirazzista» stamattina al comizio di Salvini

Tommaso Verga 1 maggio 2019
di Tommaso Verga
Tivoli, provincia di Roma, villa Adriana e villa d'Este, entrambe patrimonio dell'umanità dell'Unesco, 60mila abitanti, il 26 maggio voterà per l'Europa e per l'amministrazione comunale. Per quanto «deperita» nel numero degli occupati conseguenza di quella delle attività industriali, nella città rimane immutato e non scalfito il sentimento operaio, antifascista e antirazzista.
Il «clima» balzava agli occhi a prima vista: esplicita la preoccupazione degli organizzatori del comizio questa mattina di Matteo Salvini. Al punto che una parte di piazza Garibaldi, ingresso della città, è stata contrassegnata da un recinto, un'area protetta dalle tartarughe di Casa Pound, designati protettori di un leader della Lega evidentemente impensierito da possibili contestazioni alla sacralità della carica ministeriale e al comizio preelettorale. Per il Comune la Lega presenta un ex Forza Italia, sostenuto dalla Fiamma tricolore e da Casa Pound. Nella lista si trova un po' di tutto.
In effetti, per una ventina di persone pronte a farsi sentire, è scattata la registrazione da parte delle forze dell'ordine. Seguaci del comiziante, che pregustavano la rissa con i «comunisti». Gli sprovvisti di documenti sono stati accompagnati al commissariato cittadino.
Invece ai «comunisti» s'è rivolto direttamente il ministro dell’Interno: «Faremo un’area geografica che protegge i comunisti, perché sono una specie simpatica – ha detto –. Quelli che nel 2019 credono nella falce e martello mi fanno simpatia». La vis polemica priva di basi culturali, sostegni teorici, capacità dialettiche non la controlli, fatalmente ti tradisce: «Ero preoccupato perché non avevo visto ancora cinque comunisti – ha aggiunto –. Ora sono arrivati i nostalgici di Che Guevara e Stalin, un applauso, mi fate una tenerezza infinita, voi con il lavoro non c’entrate nulla ma noi siamo democratici e accogliamo tutti».
Facile la replica: «Salvini va ringraziato. Lui voleva esprimersi con un insulto. Ma detta il 1° maggio da uno che non ha mai fatto un c... in vita sua, diventa un complimento» il commento postato su Facebook di un tiburtino presente al comizio.
«Il primo maggio è come il 25 aprile – ha detto ancora il leghista –: oggi è la festa di tutti i lavoratori, non è la festa dei lavoratori di sinistra o dei sindacati di sinistra o dei cantanti di sinistra. E' la festa di tutti gli italiani che lavorano, anche in maniera autonoma, quindi partite Iva, artigiani, commercianti, piccoli imprenditori». Il che certifica che lui davvero non c'entra niente. Né con l'una né con l'altra: una settimana fa si era autoescluso dalla Liberazione.
Continuando a cavalcare l'«onda comunista», subito dopo è toccato a Nicola Zingaretti: «Che va mandato a casa, visto che è impegnato a fare altro, nel miracolo di resuscitare il partito democratico». Il Lazio ha detto Salvini, ha bisogno di «un governatore normale che si occupi di casa, lavoro, scuole e strade». Non ha puntualizzato se pensava di sceglierlo tra quelli della Lega di Latina, «impicciati» con il clan Di Silvio nell'inchiesta dell'antimafia denominata «Alba Pontina».
Delusi gli astanti, in particolare quelli che a testa su e giù assentivano, in attesa a questo punto che Matteo Salvini, per analogia, indirizzasse le sue acute osservazioni a Luigi Di Maio: 1) ministro del Lavoro, 2) dello Sviluppo economico, 3) vicepresidente del Consiglio, 4) capo politico dei 5stelle; di appena un grado inferiore all'omologo parlante: 1) ministro degli affari interni, 2) capo politico della Lega 3) vicepresidente del Consiglio (va precisato che da queste parti, leghisti e grillini non si salutano, la cortesia più gentile e persuasiva è irriferibile).
Solo un rapido passaggio di sfuggita sul giovane di Monterotondo che, dopo aver sparato a un ladro entrato in casa, s'è visto recapitare un avviso di garanzia per «eccesso colposo di legittima difesa». Le cronache riferiscono che Salvini gli ha telefonato, garantendo il suo sostegno:
«gli ho detto che io ci sono da ministro, da italiano, da papà, per qualunque necessità. La nuova norma sulla legittima difesa non distribuisce armi a nessuno. Se uno viene aggredito ha tutto il diritto di difendersi e in questi casi ci sarà un’indagine, ma molto più breve».
Il veleno in coda svela i propositi sottostanti una telefona quantomeno anomala. Perché non è fatto quotidiano che un ministro polemizzi sulla conduzione di un'indagine con un procuratore della Repubblica. Il motivo: Francesco Menditto, il capo della procura di Tivoli appunto – per nulla intimidito dalle parole del ministro –, subito dopo i fatti aveva «aperto un fascicolo» a difesa del giovane (poi indagato per eccesso di legittima difesa), «in base alla normativa in vigore», così dimostrando l'inutilità della «procedura-Salvini», per quanto non ancora in vigore in quel momento.
Nelle conclusioni del comizio a Tivoli, Matteo Salvini ha ribadito la necessità di approvare l'autonomia (la secessione delle Regioni ricche: chissà come la giudicano quelli della sezione leghista locale targata «Ettore Muti», il gerarca fascista: c'è davvero), un tema che seppure nel cosiddetto contratto di governo, trova ostacoli da parte dell'alleato pentastellato: «Di Maio non lo deve convincere Salvini, sono milioni di italiani, da Nord a Sud, che vogliono un Paese più moderno, più efficiente, rispettoso delle autonomie locali, perché più vicino si spendono i soldi pagati dai cittadini meglio si spendono. Non è un'opera di convincimento di Salvini, poi c'è pure nel contratto, oltre al fatto che i 5 stelle sia in Veneto che in Lombardia hanno votato a favore del referendum. O qualcuno ha cambiato idea, ma non penso, oppure si va avanti». A colpi di insulti, liti e minacce. Tutto (non) contemplato nel contratto.