C'è la discarica ma non il risarcimento: anche a Guidonia regna Cerroni

La città assente dal «Malagrotta bis», il procedimento in corso a Roma contro il Supremo. Ma si può recuperare agendo immediatamente. Il rischio di essere «superati» dalla prescrizione

L'impianto Tmb per il trattamento dei rifiuti di Manlio Cerroni: nel Parco regionale dell'Inviolata

L'impianto Tmb per il trattamento dei rifiuti di Manlio Cerroni: nel Parco regionale dell'Inviolata

Tommaso Verga 28 aprile 2018

di Tommaso Verga


«Malagrotta bis», il procedimento si avvia alla conclusione. La pubblica accusa (il procuratore aggiunto della Dda di Roma, Michele Prestipino, e il pm Alberto Galanti) contro il «Supremo» Manlio Cerroni più otto. Le ipotesi di reato, associazione per delinquere, traffico illecito di rifiuti, frode e falso.
I primi due mesi del 2018 sono stati utilizzati per notificare gli avvisi di chiusura delle indagini e predisporre il processo. Oltre a Cerroni, indagati l’ex amministratore delegato di Ama, Giovanni Fiscon; Francesco Rando, braccio destro dello stesso Cerroni e legale della E. Giovi; Piergiorgio Benvenuti, ex presidente di Ama; i funzionari della Provincia, Claudio Vesselli, e della Città metropolitana, Paola Camuccio; Giuseppe Porcarelli, affittuario del tritovagliatore di Rocca Cencia; il gruppo Colari e la E. Giovi.
CHIESTI RISARCIMENTI PER 87 MILIONI. Ansa, 9 aprile 2018: «Un risarcimento per oltre 87 milioni di euro è stato chiesto dalle parti civili nel processo che vede imputato, l'ex patron della discarica di Malagrotta, Manlio Cerroni, accusato con altri di associazione a delinquere finalizzata al traffico dei rifiuti.
«Nel corso dell'udienza il ministero dell'Ambiente ha chiesto un risarcimento di 35 milioni di euro. Dal canto loro la Regione Lazio e il Comune di Roma hanno sollecitato una richiesta di danni rispettivamente di 30 milioni e 22 milioni.
«Nel corso degli interventi gli avvocati di parte lesa hanno ricordato “l'enorme danno ambientale” legato alla gestione dello smaltimento dei rifiuti da parte degli imputati e in particolare l'avvocato Antonio Villani, legale della Regione, ha ricordato come dalle “intercettazioni emerga il totale asservimento di dipendenti della Regione verso colui che chiamavano il Supremo e cioè Cerroni”.
«Nei confronti dell'ex patron della discarica più grande del Lazio, il pm Alberto Galanti ha chiesto una condanna a 6 anni di reclusione».
E Guidonia Montecelio? Nemmeno un cenno. Siccome va escluso che la città sede della seconda discarica del Lazio non abbia subito danni e di conseguenza non abbia diritto a risarcimenti, è logico chiedersi perché non sia stata avanzata la richiesta visto che nelle indagini preliminari il «capitolo Inviolata» è stato sicuramente preso in esame. Sia sotto il profilo della tipologia dell’immondizia – i pentiti hanno dichiarato che negli invasi sono stati smaltiti rifiuti ospedalieri – che in quello delle relazioni tra i soggetti già a giudizio e la pubblica amministrazione. Quindi perché il municipio non è tra le parti civili del procedimento contro Cerroni e perché la rinuncia a chiedere i danni?
La netta sensazione è che l’amministrazione pentastellata di Michel Barbet non sapesse nulla della «vertenza» in svolgimento a piazzale Clodio. Stesso dicasi dei prefetti che hanno governato le fasi postscioglimento del Consiglio. Altrettanto si può ipotizzare di un immaginario sindaco Di Silvio. Nessuno (tra costoro) poteva sapere che nel Comune le carte si eclissassero. E magari, ma non sempre, ricomparissero a seguito d'una «ammonizione autorevole».


Utilissima dati gli effetti. Vai a supporre che settimana dopo settimana, un ripostiglio, un’anta dell’armadio, un cassetto della scrivania, avrebbero vomitato una richiesta di soldi. Perfettamente legale, decisa da un tribunale, però ignota aldilà dei «colletti bianchi» dell'apparato. Si rammenterà la sarabanda delle ingiunzioni, sentenze, atti giudiziari di volta in volta andati ad ingrossare il monte-debiti del Comune durante la prima parte della gestione commissariale. Una gestione privata del debito pubblico che rese nervoso anche il prefetto Marani.


CHI SI DIFENDEVA DALL’AVVOCATO? Il non-aneddoto che segue illustra a tutto tondo il «modello guidoniano». 31 ottobre 2014, Antonella Auciello, responsabile dell’Avvocatura del Comune, scrive a tutti, sindaco Eligio Rubeis, e dirigenti Gilberto Pucci, Angelo De Paolis, Paola Piseddu, Marco Alia, Giovanna Recchia, Gerardo Argentino, Umberto Ferrucci: «Voglio la documentazione» sulla condanna comminata all’ente. «Entro il 7 novembre» precisa, sottolineando «che il sotteso decreto ingiuntivo (…) non è stato mai trasmesso a questa Avvocatura ai fini dell’eventuale opposizione».


Di cosa parla Auciello? Semplice: il tribunale civile di Milano e il Tar della Lombardia, hanno condannato Guidonia Montecelio a versare 70 mila euro. Creditore, l’Ipsoa. Solleciti di pagamento, avvisi, notifiche, ufficiali giudiziari e chi più ne ha ne metta fino alle condanne. Periodici, riviste giuridiche, pubblicazioni (nella elencazione dei «buffi» della multinazionale meneghina faceva bella mostra anche un manuale sulla gestione del condominio ordinato il 28 dicembre 2008), abbonamenti e servizi on line. Forniture mai pagate. A far data dal 2006.
Ovviamente il Comune perde. Ci sta. Se non fosse che le sentenze vengono emesse in assenza dell’ente. Assenza causata dal fatto che l’Avvocatura del municipio non ne sa nulla. Mai avvertita. Non solo delle date delle convocazioni ma della vicenda in sé. Possibile? Altro che (qui sarebbe utile una commissione d’inchiesta: per appurare se si è trattato di trascuratezza, di sciatteria o di «procedure esecutive»).
MARANI DECRETA: GLI ATTI GIUDIZIARI? ALL’AVVOCATURA. Che a Guidonia Montecelio fosse «normale» bloccare la circolazione dopo l’arrivo delle missive al protocollo lo constatò Giuseppe Marani, il commissario prefettizio, al punto che tramite un apposito decreto impose che al recapito iniziale degli atti giudiziari facesse seguito l’immediato inoltro all’Avvocatura. La narrazione potrebbe arrestarsi qui, alla descrizione di quel che accadeva «con quelli di prima». Se non fosse che l’assenza dell’avvocata nei due procedimenti potrebbe essere costata al Comune più di qualche euro.
Infatti, l’assessorato all’Ambiente diretto da Gianna Recchia nella risposta (unica pervenuta) all’Auciello-ultimatum del 31 ottobre 2014, dichiarò di avere da tempo disdettato gli abbonamenti con l’Ipsoa, allegando le relative comunicazioni scritte. Si ignora se nei 70 mila euro riconosciuti dal tribunale meneghino alla società il rigetto sia stato contabilizzato o meno. Per quanto si suppone non così rilevante (la disdetta), la somma indica come andassero le cose. Lecita e ovvia ogni supposizione: per quante volte? a vantaggio di chi? anche con …?
Comunque, nulla è perduto. Perché, pur assente in quanto parte civile, il Comune – singolarmente restio (e lento; al punto da apparire ostile? contrario?) a «litigare» con il ‘Supremo’ – può chiedere il risarcimento del danno. Unica avvertenza: non deve far scadere i termini della prescrizione. Il che si traduce nell’immediata notifica della richiesta a mezzo d’un ufficiale giudiziario. Subito, prescindendo sia dal procedimento penale in corso che dalla sentenza che ne scaturirà. Intanto, si interrompano i termini. Il resto verrà da sé.