Il nuovo codice antimafia allargato alla criminalità da profitto divide i magistrati

A favore Francesco Menditto, Cafiero de Raho e Franco Roberti; contrario alla recente normativa, Raffaele Cantone. Giovanni Salvi: il clima di sfiducia tra i cittadini forma terreno fertile alle infiltrazioni mafiose

Le presenze al tavolo degli organizzatori del convegno del 5 aprile nella «Tenuta Sant'Antonio» a Tivoli

Le presenze al tavolo degli organizzatori del convegno del 5 aprile nella «Tenuta Sant'Antonio» a Tivoli

Redazione 11 aprile 2018

di Francesco Agosti
Codice Antimafia e corruzione. Confische e contrasto alla criminalità da profitto. E’ il titolo del convegno organizzato dalla procura della Repubblica e dall’Ordine dei commercialisti di Tivoli il 5 aprile. A far gli onori di casa, sulla anche metaforica linea di confine tra Tivoli e Guidonia Montecelio, in una blindatissima «Tenuta Sant’Antonio», il procuratore di Tivoli Francesco Menditto, e il presidente dell’Odcec (l’Ordine dei commercialisti) Gianluca Tartaro, che hanno coordinato l’incontro. Ad discuterne, tra i massimi esperti in materia: Federico Cafiero De Raho, procuratore nazionale antimafia; Raffaele Cantone, presidente dell’autorità anticorruzione; Giovanni Salvi, procuratore generale di Roma; Franco Roberti, già procuratore nazionale antimafia; Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes, e don Tonino Palmese, presidente della fondazione «Polis».
L’oggetto del convegno trova le sue ragioni nel dibattito venutosi a generare a seguito delle modifiche apportate recentemente al codice antimafia, con particolare riguardo alle misure di prevenzione applicate alla cosiddetta criminalità da profitto, equiparando in qualche maniera fenomeni criminali mafiosi e corruttivi che, fino ad un recente passato, erano distinti tra di loro ma che, evolvendosi, sono diventati facce di una stessa medaglia.
Gli interventi degli ospiti hanno contribuito a far emergere un dibattito che sicuramente non trova, ad oggi, una linea di pensiero unitaria ed omogenea sulle modifiche. Sicuramente favorevole alla nuova normativa è il procuratore Francesco Menditto, che ha sottolineato nell’intervento iniziale i passi da gigante fatti nell’applicazione della confisca preventiva, ovvero disposta senza che sia ancora sopraggiunta una condanna, per soggetti su cui gravano pesanti indizi di colpevolezza, il tutto comunque tenendo fede al principio del giusto processo e le garanzie difensive.
Di parere diverso invece Raffaele Cantone: il presidente dell’Anac ha sottolineato come da tempo, ancor prima della vicenda di “Mafia Capitale”, criminalità organizzata e corruzione erano legate da uno stesso rapporto, dato che le mafie hanno usato lo strumento corruttivo per entrare in rapporto con il mondo della amministrazione pubblica e per rafforzare il proprio ruolo sul territorio.
Cantone ha sostenuto che non tutte le forme di corruzione debbono essere ritenute di tipo mafioso, criticando il nuovo codice perché, a suo giudizio, i due delitti devono essere comunque tenuti distinti. Infatti, a differenza della corruzione, la mafia è un modus vivendi vero e proprio. Infine, le modifiche apportate mostrano una sostanziale inutilità, dato che anche in precedenza era possibile utilizzare misure di prevenzione nei fenomeni corruttivi.
Opposto a Cantone, Cafiero de Raho, nuovo procuratore nazionale antimafia. Pur dando ragione a quest’ultimo sull’affermazione che le mafie si radicalizzano ormai attraverso la corruzione dei pubblici uffici, differisce nel momento in cui accoglie favorevolmente le nuove norme preventive al fine di allargare maggiormente il contrasto all’illegalità generale. Il procuratore ha anche tenuto a precisare il ruolo che lo Stato deve avere nella tutela delle imprese, anche dopo una eventuale confisca, non escludendo l'ausilio delle forze dell’ordine.
Di particolare interesse anche l’intervento di Gian Maria Fara, il quale ha messo in discussione gli indici percettivi della corruzione, definiti fuorvianti, ed anche il dato di Transparecy International, su cui nutre forti dubbi.
Contrario all’opinione di Cantone anche Franco Roberti, il quale ha fortemente sostenuto la validità e l’efficacia dei nuovi strumenti applicati contro mafie e corruzioni.
Giovanni Salvi, infine, ha collegato il discorso alla realtà quotidiana, sulla necessità di contrastare il malaffare ai più alti livelli, tenendo però conto del clima di sfiducia tra i cittadini che forma terreno fertile alle infiltrazioni mafiose.