Il voto su Salvini segna la nascita del partito dei suprematisti bianchi

Tutta una montatura. Se gli atti relativi alla «Diciotti» e al divieto di sbarco dei 137 «negri», non avessero risposto alla fantomatica tutela dell'«interesse nazionale» sarebbe caduto il governo. I 5stelle? Ormai un partito senz'anima

Manifestazione della Lega

Manifestazione della Lega

Tommaso Verga 20 febbraio 2019
di Tommaso Verga
Democrazia diretta e voto on line. Balle. Lo attesta coram populo un arnese che non «regge», che va in tilt pressato da 50mila contatti in una giornata. Una cosa ridicola. Eppure l'esborso obbligatorio di 300 euro a testa dei 338 tra deputati e senatori, consente alla «Casaleggio associati» di introitare 101 mila euro al mese. Ipersufficienti a ottimizzare la «piattaforma Rousseau». Ed anche per dotarsi di un organismo di controllo che certifichi i risultati. Soprattutto quando ci si trasforma illegittimamente in difensori della sovranità del Paese (per rimanere in tema).
Per dire che tutto ciò non giustifica nemmeno in parte la consultazione «pompata» da Luigi Di Maio come esempio di democrazia diretta. Sull'esito della quale si è ricavato il voto di conferma dell'esecutivo di Palazzo Chigi. Sarebbe stato il contrario qualora gli atti relativi alla «Diciotti» e al vietato sbarco dei 137 «negri», non avessero risposto alla tutela dell'«interesse nazionale». Decisivi i sei senatori figli delle stelle (sette gli effettivi, ma Grazia d'Angelo era in sala-parto) che hanno trattato la materia come un episodio interno al loro partito – come se si fosse trattato di nominare i candidati alle Europee o eleggere un segretario –, e non una decisione sul reato di sequestro di persona della quale era (ed è tuttora) accusato Matteo Salvini, loro capo del governo dei suprematisti bianchi.
A seguire, sempre per effetto del medesimo voto, anche la dimostrazione che essere contemporaneamente garantisti-giustizialisti non è una contraddizione ma un ossimoro. Una doccia nel «ghiaccio bollente». Che riversa la sua efficacia nella società ma ancor prima nella politica. Pensavamo diversamente, abbiamo capito – come (e se) lo terremo presente è altro discorso –: da ieri sera, le colpe dei padri ricadono sui figli.
E' andata così. Il voto dei senatori guidati da Maurizio Gasparri (ça va sans dire), ha salvato Salvini. Favorevoli: sei x 5 stelle, uno di Autonomie, 4 di Forza Italia, 4 leghisti, un meloniano (Salvini: «siamo una squadra», nessuno a chiedergli a chi si riferisse). Non appena usciti dall'aula, i senatori sino a quel momento garantisti, si sono mostrati felici per l'arresto dei genitori di Matteo Renzi. Non soltanto Giarrusso ma anche un altro, un gné-gné che ai cronisti sbandierava il telefonino.
Gli ha detto male però. Perché d'ora in poi, accanto al cappio di Luca Leoni Orsenigo, il deputato leghista di Cantù protagonista del gesto il 16 marzo 1993 – sì: proprio nel giorno in cui fu rapito Aldo Moro –, negli annali di Montecitorio si ricorderà la casella occupata da Mario Michele Giarrusso, il garantista che immunizza dentro l'aula, che giustizia aldifuori. Se tira, le «edizioni Panini» dovranno immaginare un inedito album di figurine. I tempi sono propizi.
Lo dimostra la reprimenda indignata del ministro Alfonso Bonafede, omen nomen, quello della passerella a Ciampino per il rientro di Cesare Battisti. Uno che da subito ha capito come funziona. Cosa fare? Scrivere nel non-statuto (ormai ridotto a carta straccia, perso nelle nebbie del capo-politico e del capo-comico: si nota e come l'assenza di Gianroberto Casaleggio) che nessuno è autorizzato a gridare «honestà», meno che mai contro coloro che «hanno amici e parenti agli arresti domiciliari» e di seguito scimmiottare le manette contro chiunque si trova nella condizione data: figlio di padre (anche di madre) indagato, imputato, processato, condannato... insomma quel che passa l'ex convento di Regina Coeli.
Evitare. Perché, come si legge sul profilo dello stesso Giarrusso, «i genitori di Renzi devono rispondere delle loro malefatte, mentre Salvini ha amici come voi che lo proteggono dai Magistrati che lo vogliono processare per le sue malefatte». Un elettore-ex non uno dei rari rimasti di «e allora il Pd?». E se ci fosse chi «e se domani, io non potessi rivedere te», volesse mostrare le manette al passaggio dei genitori di Luigi Di Maio o di Alessandro Di Battista?