Ennesima inchiesta contro Manlio Cerroni: reato il mancato recupero del percolato della discarica di Malagrotta

Salvini: indagine contro «persone indagate per traffico illecito di rifiuti» (leggere le ordinanze è da "intellettuali"?; sprecata una fiches «la pacchia è finita»). Sequestrati 190 milioni di euro e la «E. Giovi srl» del gruppo

Il post di Matteo Salvini

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Tommaso Verga 28 luglio 2018

di Tommaso Verga
«La pacchia è finita». Il «timbro» di Matteo Salvini – una fissazione, il motivetto che gli piace tanto – risulta aderente soltanto alle contese tra tifosi. Non c’è ragione che lo giustifichi salvo che non si bazzichi la curva dello stadio. Dimostrazione: «la pacchia è finita» del capo della Lega con il «caso Manlio Cerroni-Malagrotta» che c’entra? Nulla. Assolutamente nulla. Mai nella sua vita espressi un giudizio, un’opinione. Epperò, eccolo correre imperterrito a sventolare la bandierina che non può issare nemmeno a mezz’asta. Il ministro degli Affari interni contro «persone indagate per traffico illecito di rifiuti». Ma di cosa sta parlando? Nemmeno fosse una zingarata.
Il sequestro di 190 milioni di euro alla «E. Giovi» si deve al gip Costantino De Robbio, che ha ritenuto congrua la richiesta di Alberto Galanti, il pm romano che Manlio Cerroni adopererebbe come bersaglio delle freccette (al curaro naturalmente). Non potendo, il Supremo – privilegiando all’abito della vittima quello del perseguitato – si accontenterebbe che la pubblicistica etichettasse l’accusatore come «nemico numero uno». Quello della «pacchia è finita». Davvero.
In ballo, l’estrazione del percolato e i costi per l’impresa che gestisce la discarica. La somma sequestrata corrisponde al «risparmio di spesa dal 2012 ad oggi per l'omessa estrazione del percolato nella misura della minore somma quantificata dal consulente da ritenersi comprensiva di ogni successivo reinvestimento o trasformazione e di qualsiasi vantaggio economicamente valutabile nei confronti degli indagati».
Appreso dai giornali il significato, il fidato consigliere avrà spiegato al ministro «cosa vuole dire?». Di qui, spazio alla «pacchia». Per Cerroni finita da tempo. Quella romana però. Da quando uno strano sindaco, tal Ignazio Marino – inviso a tutti, dai movimentisti a Matteo Orfini ai sovranisti –, a inizio ottobre 2013 chiuse Malagrotta, la più grande discarica d’Europa, l’ottavo colle di Roma. Grande al punto da non poter essere rimpiazzata. E’ un fatto che Virginia Raggi – altra rodata navigante nei flutti dei tweet – non ci sia riuscita. Finora. Perché un giorno o l’altro, la Città metropolitana, la Regione Lazio, un mirato post su Facebook, una discarica insieme o separatamente gliela troveranno. Dove vuole lei. Non un luogo a caso, «mi raccomando: fuori Roma», Civitavecchia andrebbe bene?
La nuova indagine è scaturita «dagli accertamenti conseguenti alla chiusura della discarica di Malagrotta – scrive il gip –, in cui sono confluiti fino al primo ottobre del 2013» rifiuti e fanghi di depurazione provenienti da Roma, Vaticano, Fiumicino e Ciampino. Anche se l’impianto di smaltimento è fermo da quasi cinque anni «l’enorme quantità di rifiuti contenuti – si legge nel decreto di sequestro – richiede una attività di gestione volta ad evitare che i prodotti della trasformazione e decomposizioni dei rifiuti si disperdano nell’ambiente circostante inquinandolo. In particolare occorre provvedere alla gestione (emungitura)» dei liquidi generati dalla decomposizone dei rifiuti organici (ci può essere analogia con altri depositi di rifiuti, la discarica dell'Inviolata ad esempio?).
Il «profitto del reato», costituito dai mancati costi per l’estrazione del percolato, secondo il pm «sarebbe stato dirottato al consorzio Colari e alla Petromarine Italia Srl, appartenenti al medesimo gruppo, all’evidente scopo di occultare tali ricavi a chi leggesse il bilancio».
L’accumulo «è peraltro ormai così rilevante – si legge – da essere visibile dall’esterno: dopo avere riempito la camera sottostante la discarica, il liquido si è infatti accumulato nel Polder mescolandosi ai rifiuti solidi e facendoli tracimare dalla sommità superiore, da cui ha cominciato a fuoriuscire liquido inquinante che si è riversato nelle strade circostanti».
I 190 milioni sequestrati corrispondono ai costi che la «E. Giovi» «ha fittiziamente dichiarato di avere compiuto le operazioni di emungitura per evitare di sostenere i rilevanti costi delle operazioni».
Nessun problema operativo per la «E. Giovi», visto che, con la nomina di Luigi Palumbo commissario giudiziario, non ricadranno effetti sui posti di lavoro né sulle attività e i servizi che l’azienda del «gruppo Cerroni» fornisce all’Ama.
Nessun problema neppure per «Systema», dall’edizione locale del Corsera descritta come società «presieduta da Monica Cerroni (figlia di Manlio, dominus dell’immondizia romana, per la quale ha avuto più di un guaio con la giustizia)», a volte alleata di «A2A Ambiente, costola fondamentale della prima multiutility italiana», quotata in Borsa. «La pacchia continua» (a Brescia sicuramente).