Clan Casamonica: per la prima volta l'accusa di «associazione mafiosa»

In totale 37 mandati di cattura (31 eseguiti) contro la famiglia sinti, due 'ndranghetisti, sei membri del clan lidense degli Spada. Al vertice, Giuseppe Casamonica, uscito da una comunità di recupero a inizio mese

Perquisizioni nella villa di Giuseppe Casamonica, in vicolo di Porta Furba a Roma

Perquisizioni nella villa di Giuseppe Casamonica, in vicolo di Porta Furba a Roma

Tommaso Verga 17 luglio 2018

di Tommaso Verga
«Una consorteria mafiosa dall’estrema pericolosità»: per la prima volta l’aggettivo «mafiosa» – leggasi aggravante 416bis – costituisce il nerbo contro uno dei 4 «re di Roma» e i suoi congiunti. 37 mandati di cattura, 31 eseguiti, 6 ancora latitanti. Sedici sono «Casamonica», cinquanta i capi d’imputazione, asse in comune, la paura che genera quel cognome. Una «associazione mafiosa autoctona, strutturata su più gruppi criminali, a connotazione familiare, dotati di una propria autonomia decisionale e dedita a vari reati tra cui spaccio di droga, usura ed estorsioni»: così la «radiografia» a cura della Procura capitolina. A coordinare l’inchiesta, il sostituto Michele Prestipino, capo della Dda romana (direzione distrettuale antimafia) e il pubblico ministero Giovanni Musarò, pubblica accusa anche nel processo a Roberto Spada, condannato a sei anni dopo la testata a Daniele Piervincenzi, il giornalista di Nemo.



Secondo i due inquirenti, a capo del «ramo» oggetto dell’operazione odierna, c’è Giuseppe Casamonica, tornato a casa a inizio mese, dopo aver scontato una condanna a dieci anni per traffico di cocaina (non recluso in carcere come qualunque spacciatore «normale» ma in una comunità di recupero). Diversamente da altri pezzi della famiglia, la zona di influenza di Giuseppe non era la Romanina, ma la vicina Porta Furba-Mandrione, in sostanza Appio-Tuscolano-Anagnina, comunque il quadrante sudest della capitale.


Un «periodaccio» per le famiglie di etnia rom della regione: risale al 3 luglio la conferma delle misure restrittive contro i Di Silvio a Latina (parenti dei Casamonica; anch'essi d'origine abruzzese).
Dei Casamonica s'è detto. Altri 6 provvedimenti giudiziari interessano appartenenti al sodalizio lidense degli Spada – tra cui Domenico, detto “Vulcano”, il pugile ex campione italiano – e due alla ’ndrangheta di San Luca: Domenico Strangio e Stefano Spataro. «E’ un momento significativo dell’azione contro la criminalità organizzata» ha sottolineato Prestipino durante la conferenza stampa di questa mattina. «Un gruppo molto forte anche per il marchio di origine particolarmente significativo sul territorio romano».



Il villino di Giuseppe Casamonica a Tivoli-Guidonia


Tra i Casamonica arrestati, tre sono «tiburtini», appartenenti alla famiglia localmente residente. La periferia dell’area Tivoli-Guidonia Montecelio costituisce una frequentazione abituale per Giuseppe Casamonica, titolare di un villino a schiera acquistato nel 2007 e successivamente sequestrato, unitamente a Ferrari, Bentley e beni di altri congiunti. Nel respingere il ricorso della famiglia sinti contro il provvedimento, i giudici di Cassazione scrissero che la «posizione reddituale dichiarata non poteva, quindi, in alcun modo consentire di far fronte al sostentamento quotidiano di una famiglia con quattro figli e, al contempo, di acquistare immobili (quello di vicolo di Porta Furba acquistato nel 2004 e la villa a schiera di Guidonia Montecelio acquistata nel 2007), numerose auto di lusso e quote societarie». 



Con l'aggiunta del «puntuale riferimento a recenti vicende penali coinvolgenti la maggior parte dei ricorrenti, anche in forma associativa, l'approfondimento delle caratteristiche logistico-funzionali del cd. "fortino" di vicolo di Porta Furba, teatro delle quotidiane cessioni al minuto di stupefacenti, e la descrizione di taluni episodi illeciti consentono di ritenere il percorso motivazionale sviluppato nel provvedimento de quo del tutto aderente alla previsione normativa anche sotto il profilo dell'attualità della pericolosità sociale»: ricorso respinto e pagamento delle spese processuali.



L’operazione «Luna nera» e il piano stragista contro i giudici


Già in precedenza, la Tiburtina si era segnalata quale teatro delle gesta dei Casamonica in simbiosi con la ‘ndrangheta. Il punto di contatto tra i clan capitolini e calabresi definì i termini dell’operazione «Luna nera», e vide non marginalmente coinvolto un rivenditore d’auto sulla Tiburtina accusato d’essere il trait d’union tra i Casamonica, i Senese e la cosca Rango-Zingari di Cosenza. Attività relative a interessi nei settori delle estorsioni, dell’usura e del riciclaggio. In particolare, l’uomo si sarebbe avvalso della cosca per «recupero crediti», figure capaci di essere «convincenti» in caso di ritardati pagamenti. In una intercettazione, il commerciante raccontava a un amico come, grazie a Massimo Carminati, er cecato del «Mondo di sotto», avesse recuperato 280 mila euro, sottratti agli stipendi di operatori di un call center a Roma.



Tra l’altro, «Luna nera» portò al sequestro di beni per oltre 16 milioni di euro. Un danno non facilmente «digerito» dalla ‘ndrangheta, al punto che, secondo il pentito Marcello Fondacaro, Michele Prestipino e Giovanni Musarò, a quel tempo entrambi di stanza a Reggio Calabria, furono oggetto d’un piano stragista, di natura dinamitarda – fuori delle consuete modalità ‘ndranghetiste quindi, a dimostrazione della irritazione causata dalle misure repressive –, organizzato ma non portato a termine dalla malavita reggina.
Non sono mancati «pentiti» che hanno contribuito alle indagini. Secondo Prestipino, «è stato un fatto molto importante e significativo. Mi preme sottolinearlo perché il gruppo si lega soprattutto attraverso vincoli di famiglia, i più difficili da penetrare da un punto di vista investigativo».


La funzione decisiva d'una donna (non) pentita


Determinanti una gagè, non sinti ex compagna di Massimiliano, del clan Casamonica, e un calabrese trapiantato a Roma addetto al traffico di sostanze stupefacenti. Soprattutto le testimonianze della donna sono state fondamentali per le indagini. Meno di 40 anni – hanno spiegato i carabinieri durante la conferenza stampa – era vista come un corpo estraneo dal nucleo familiare e questo ha fatto sì che diventasse vittima di comportamenti che solitamente la famiglia riservava ad altri». Riducendola di fatto a un ruolo di sottomissione e costringendola a vivere segregata in casa. Stanca di tutto questo, ha deciso di fuggire e collaborare con la giustizia. Secondo quanto riferito dai carabinieri, «la donna è consapevole delle limitazioni alle quali si va incontro, ma il suo è un gesto da prendere da esempio».



Tuttora in corso il sequestro di diversi beni, tra cui una palestra a Marino riconducibile a “Vulcano”, un ristorante alle spalle del Pantheon, un centro estetico ed una discoteca a Testaccio, oltre a numerosi conti correnti ed autovetture. Nello stesso contesto si sta procedendo al sequestro di quattro alloggi popolari dislocati a Roma e provincia, occupati abusivamente da alcuni degli indagati come restituzione di debiti contratti con la famiglia. E’ stato accertato come, da oltre 10 anni, un appartamento sia stato usurpato con violenza e minaccia armata al legittimo possessore, oggi ultrasettantenne, costringendolo a vivere per strada.


Nel corso delle perquisizioni sono stati rinvenuti e sequestrati vari conti correnti, circa 50mila euro in contanti, 20 autovetture, decine di orologi di lusso e numerosi appunti manoscritti utili al proseguo delle indagini. una villa in zona Porta Porta Furba, una casa nel quartiere Infernetto e un centro estetico in zona Tuscolana. Ancora non terminato il conteggio definitivo del valore dei beni interessati.