Restano in carcere i Di Silvio di «Alba Pontina»: ordinanza sprint del giudice

Il gip recupera l'«errore tecnico» che rischiava il «libera tutti» del clan rom di Latina imparentato coi Casamonica. Per la prima volta contestato lo «stampo mafioso». Il valore dei voti: 30 euro per ogni preferenza al «cavallo» indicato

Armando Di Silvio, il capofamiglia del clan rom, al momento dell'arresto due settimane fa

Armando Di Silvio, il capofamiglia del clan rom, al momento dell'arresto due settimane fa

Tommaso Verga 3 luglio 2018

di Tommaso Verga


«Errore tecnico». Motivo per cui si dava certa, ieri, la scarcerazione di un primo, folto gruppo dei 25 arrestati a Latina il 12 giugno. Tutti compresi nell’ordinanza «Alba Pontina», emessa essenzialmente contro i Di Silvio, a cominciare da Armando, il capofamiglia del clan abruzzese imparentato con i Casamonica. Il «libera tutti» ad opera del Tribunale del riesame, decisione dovuta al fatto che, su richiesta dei difensori degli indagati, in sostanza veniva contestata l’assenza di valutazione autonoma del gip in sede di convalida degli arresti, comportamento al quale consegue l’annullamento d’ufficio del provvedimento.
Non è andata così: ieri sera, alle 22, Antonella Minunni, stessa gip della precedente, ha firmato la nuova ordinanza, cosicché nessun indagato ha potuto beneficiare dell’errore. Non esattamente dello stesso parere gli avvocati, che intendono conoscere il motivo per cui i loro assistiti, nel tempo intercorso tra la decisione del Riesame e la nuova ordinanza – circa 7 ore – non sono stati comunque rimessi in libertà.
Alla decisione erano interessati anche Daniele Alfonsi, consigliere d’amministrazione dell’«Apm» (l'Azienda pluriservizi eretina), nonché amministratore unico della «Ico immobiliare costruzioni srl» di Monterotondo, e il fratello Massimiliano, accusati di aver fatto ricorso ai servigi dei Di Silvio contro un imprenditore di Sonnino, in provincia di Latina, «mostrando di conoscere bene la pericolosità degli appartenenti a quello che loro stessi definiscono come un clan…» si legge nell’ordinanza.
Che evidenzia il «sistema estorsivo» a cui gli indagati ricorrevano in danno di commercianti, imprenditori e avvocati del capoluogo pontino. Questi ultimi continuamente sottoposti a richieste di denaro motivate da vertenze di lavoro inesistenti. «Un salto di qualità criminale» secondo gli inquirenti. Di fronte a simili condizioni, scriveva l’Ordine degli avvocati di Latina nel 2016, «invitiamo i Colleghi a prestare la massima cautela ed a contattare immediatamente l’Ordine degli Avvocati che potrà dare adeguata assistenza collaborando con le forze dell’ordine che si stanno occupando della questione».
L'altro business del clan Di Silvio era naturalmente lo spaccio ed il traffico di sostanze stupefacenti. Il gruppo si occupava dell'approvvigionamento delle droghe, leggere e pesanti. Cocaina la più ricercata. Per averla, il gruppo contattava altri noti criminali per l'acquisto. Senonché, secondo la polizia di Stato, Armando Di Silvio era «capace di terrorizzare non solo il tessuto economico del pontino, ma anche altri gruppi criminali non rom». Se necessitava, ricorrendo alla «rapina della partita di cocaina. Erano talmente spregiudicati che non si sono fermati davanti a nessuno, neanche davanti a gruppi criminali campani, romani e albanesi, noti per essere particolarmente aggressivi». Questi metodi avevano quadruplicato gli introiti del gruppo criminale nell'ambito degli stupefacenti: erano capaci di sottrarre partite di qualche chilo di droga senza pagarle e senza che nessuno venisse a cercarli.


Con «Alba Pontina», per la prima volta è stata contestata a un gruppo criminale di Latina l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso. Secondo la Dda di Roma, la famiglia di Armando “Lallà” Di Silvio, «avvalendosi “della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva”», dal quartier generale di Campo Boario, «avrebbe compiuto reati con l’obiettivo di “acquisire in modo diretto e indiretto la gestione di attività economiche”, di “realizzare profitti e vantaggi ingiusti per sé e per altri” e di “procurare voti ad altri in occasione di consultazioni elettorali, acquisendo il controllo delle attività di propaganda”».
Che rappresenta l’altro «canale» di attività, preoccupante quanto gli altri se non di più. Non sfugge l’importanza del condizionamento alla politica, in aree che la sociologia classificherebbe a «forte disgregazione sociale». Con la promessa di somme di denaro in cambio di voti. I componenti il clan, in occasione delle elezioni amministrative di Latina, oltre a prestarsi ad attività di affissione dei manifesti e alla promozione di candidature, promettevano 30 euro a voto a sostegno del proprio «cavallo» su cui puntare. Non sarebbe di secondo piano se i partiti locali esprimessero le loro valutazioni su quanto annotato in proposito dall’ordinanza.