Una talpa del boss in Procura: viva le #RisorseSalviniane

La cancelliera leghista Simona Amodio e il poliziotto innamorato passavano informazioni a Carlo d'Aguano: al pregiudicato hanno bruciato l'automobile Avvertimento?

Simona Amodio, la cancelliera della procura di Roma, con Matteo Salvini

Simona Amodio, la cancelliera della procura di Roma, con Matteo Salvini

Tommaso Verga 27 giugno 2018

di Tommaso Verga


Più significativo il repulisti della procura all’interno dell’edificio che la ospita o l’incendio della Maserati di Carlo D’Aguano, il personaggio inquisito assieme ad agenti della polizia di Stato di servizio a piazzale Clodio, avvenuto la notte scorsa a Casal Monastero? A preoccuparsi soltanto l’imprenditore indagato per l’affare sale-slot andato in scena a Roma e provincia nel 2017 e passato alle cronache come «operazione Babylonia», una delle più importanti e significative in città e nell’hinterland –, il sequestro di 46 esercizi commerciali e locali storici della capitale, la catena «Babylon», «Mizzica» di via Catanzaro e piazza Acilia, il «Macao» al gazometro, i «Dubai cafè»: il ramo di attività di Carlo D’Aguano – oppure gli stessi magistrati che hanno dato un deciso stop a quanto di illegale si stava consumando? Si vedrà. Certo che quanto seguito stanotte agli arresti di ieri non lascia presagire nulla di buono.
Il sofistico per gli atti richiesti dall’incarico, il lumbard per Matteo Salvini, il napoletano per Carlo D’Aguano. Una Babilonia dalla quale non è detto non provenga la poliedricità linguistica di Simona Amodio, la cancelliera della procura della Repubblica romana arrestata con Angelo Nalci, il compagno poliziotto invece impegnato nel «servizio scorte» della questura. Talmente tale da candidarsi con Matteo Salvini nelle elezioni a Roma del 2016, quelle che portarono Virginia Raggi al Campidoglio.
Una figura decisamente di vertice quella di lei nel meccanismo congegnato al servizio dell’«imprenditore». Al quale, in cambio del compenso pattuito – alquanto «micragnoso» in verità –, venivano rivelati stato dei procedimenti e direzione delle indagini. Così, secondo il Corsera, Angelo Nalci ne parla con Simona Amodio: «Io Carlo me lo voglio tenere, allora tu devi pensare amore, che come tutti 'gli impiccioni' lui ha amici poliziotti... la talpa in Procura... lui... la prima cosa che mi ha chiesto è: 'mi posso fidare?'...a lui gli serve un appoggio in Procura, cioè qualcuno che va ad aprire a va a vedere». Altra conversazione tra i due, dovuta al fatto che D’Aguano cercava «qualcuno che gli potesse fornire informazioni circa l’esistenza di procedimenti penali sul suo conto».
Una organizzazione di servitori dello Stato senza remora alcuna stando a quanto riferiscono le intercettazioni.
Nell’ordinanza, firmata dagli aggiunti Paolo Ielo e Michele Prestipino e dalla pm Nadia Plastina si consta l’assenza di «vergogne», tutto scorre nel segno dell’intangibilità. Simona Amodio: «Ma questa gente che pensa? Che io veramente da 23 anni sto a pettinare le bambole dentro alla procura, prima di Milano e poi quella di Roma? Se io voglio, arrivo dappertutto e a me nessuno mi dice di no».
Tanto che agli arresti si è giunti per «corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio, corruzione per l'esercizio della funzione, accesso abusivo al sistema informatico e rivelazione di segreti di ufficio». Sei gli agenti arrestati, un altro ai domiciliari.
Si diceva che l’inchiesta – condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo – rappresenta uno degli effetti dell’«operazione Babylonia» di un anno fa: 23 arresti, una cinquantina gli indagati, il sequestro di beni per il valore di 280 milioni di euro. Due le associazioni per delinquere, distinte tra loro, ma l'aggravante mafiosa vale per entrambe, una divisione dei compiti funzionale alle caratteristiche territoriali. Con al vertice, altrettante «piazze» della provincia, Monterotondo e Guidonia Montecelio. Nella prima – oltre all’usura e allo strozzinaggio – l’organizzazione presidiava il mercato delle slot-machine con diramazioni principalmente a Roma, compresa la manomissione del software di collegamento tra gli apparecchi e la rete dei monopoli di Stato, il Preu (prelievo erariale unico sugli apparecchi da intrattenimento).
Invece nella seconda città, viene «messo a reddito» parte del patrimonio derivante dalle principali attività del sodalizio: ben 200 appartamenti in vendita nel nuovo quartiere cittadino di Pichini provento di estorsioni, usura, riciclaggio, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita e il fraudolento trasferimento di beni o valori.
A capo di una delle organizzazioni, Gaetano Vitagliano, elemento di spicco dei Mazzarella e poi degli Scissionisti del clan «Amato-Pagano», che convogliava sia i soldi delle piazze di spaccio di Melito (Napoli) sia quelli dell’usura e dell’estorsione del clan alleato di Monterotondo, quello guidato da Giuseppe Cellammare, ex boss della Sacra corona unita pugliese. Per questa parte, depositati 15 rinvii a giudizio a inizio mese.