Lanzalone e gli avvocati dello studio, tutti clienti di Beppe Grillo da tempo

Stefano Sonzogni, Luciano Costantini (indagato), Ronnie Rodino e Stefano De Biase nel team a difesa contro i 33 eretici del «vecchio» m5S nella causa di Genova. E Lanzalone ha anche scritto il nuovo Statuto

Il vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio (a sinistra) e Luca Lanzalone

Il vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio (a sinistra) e Luca Lanzalone

Tommaso Verga 20 giugno 2018

di Tommaso Verga
Una successione di nomi e cognomi. Si comincia da Stefano Sonzogni e Luciano Costantini, avvocati, indagati da Paolo Ielo per corruzione nell’ambito dell’inchiesta sul nuovo stadio della Roma. A favore del secondo, il 2 maggio, Fabio Sereni, il commissario dell’Istituto di previdenza dei dipendenti comunali, ha firmato la determina per una consulenza da 11mila e 500 euro. Non implicati nell’inchiesta, Ronnie Rodino e Stefano De Biase, avvocati anch’essi. Tratto in comune, appartengono tutti allo studio genovese «Lanzalone & partners». Gli ultimi due hanno difeso la nuova «Associazione MoVimento 5 stelle» (sede a Roma, in via Nomentana) nella causa per l’uso del simbolo, intentata a Genova da 33 iscritti alla prima associazione m5S. 



LE TRE SCIMMIETTE CORRONO. Nonostante la «fuga» di tutti i protagonisti nella fase della vicenda successiva agli arresti di 7 giorni fa – nel m5S c’è stata una vera e propria corsa per intestarsi il trofeo delle «tre scimmiette»: si pensi alla cena organizzata da Davide Casaleggio –, i fatti stanno a dire che nessuna occasionalità ma rapporti stretti di lunga data quelli tra Luca Lanzalone e il partito fondato da Beppe Grillo. Formazione che oggi è regolamentata (e si sostiene) mediante l’associazione «Rousseau», per la quale il professionista della Lanterna ha creato lo Statuto (quello che obbliga i parlamentari a versare 300 euro al mese alla Casaleggio associati). 



Ne consegue che provoca uno fastidioso effetto vedere Luigi Di Maio, il capo politico del Movimento, «scaricare» Lanzalone, dicendo a Lucia Annunziata nell’intervista di domenica – domanda retorica ripetuta sulla Sette, stamattina –: «L'unica colpa è che ci siamo fidati dell'avvocato sbagliato, allora, senza offesa per questi ultimi, siamo in compagnia di milioni di italiani, quale cittadino non ha mai sbagliato avvocato?». 



Perché, se il vicepresidente del Consiglio qualifica il presidente di Acea, nominato dalla sua sindaca, l’«avvocato sbagliato», la preoccupazione non investe le funzioni, le modalità della scelta, la corrispondenza tra curriculum e capacità, e nemmeno la politica. In ballo, la riflessione sulla idoneità a governare, sul senso dello Stato. Magari, tra qualche tempo, se lo studio Lanzalone vincerà – come si prevede – il procedimento di Genova, quale sarà la qualifica da appiccicare all’avvocato? 



NON C'ERANO SOLDI PER I DIPENDENTI. Altro nome: Elisa Melegari; professione, segretaria di Luca Parnasi, l’uomo che voleva costruire lo stadio della Roma, in carcere a Milano (oggi il trasferimento da San Vittore a Rebibbia). Interrogata ieri dai magistrati, nella deposizione sull’operazione «Rinascimento» ha detto: «Non c’erano soldi per pagare i dipendenti ma Parnasi comunque sollecitava continuamente i bonifici per i politici, tanto che io rispondevo ‘ma se non li abbiamo per i nostri!’». La dichiarazione rivela un dettaglio della vicenda che si presta a più di un approfondimento.
«Non c’erano soldi». Vero. Lo certificano i report degli istituti di credito e la «qualità» dei contributi elettorali evidenziata in un allegato all’ordinanza di 288 pagine. In altri tempi le somme sotto elencate – non tutte precise – si sarebbero definite «da 4 soldi», cifre oltremodo irrisorie se rapportate alle usanze del passato.
Il «capo» ordina, la signora Melegari annota: Ferro 5 mila (ma perché sul bonifico della finanziaria di Parnasi – la «Figepa» – appare 4.500,00?), Minnucci 5, Agostini 15 (15 mila euro), Mancini 5, Polverini 10 (10 mila), Francesco Giro 5, Ciocchetti 10, Buonasorte 5. 



IL PARADOSSO DEI FINANZIAMENTI «LECITI». Tutte erogazioni «lecite» si direbbe. Secondo la legge, ma quantomeno in contrasto con il buon senso: perché un imprenditore dovrebbe finanziare un candidato, un partito, una fondazione, una associazione politica? A nessuno sfugge che l’esborso non riguarda il modo di pensare, per dirla grossa l’«ideologia» di chi firma il bonifico o l’assegno. Bensì il «ritorno» che si attende dall’erogazione, che può anche non esserci perché non serviva. Purtuttavia è meglio premunirsi. Come Parnasi appunto.
Quella che andrebbe vietata, senza «mediazioni», è la donazione di imprenditori titolari di appalti pubblici, totalmente da proibire se c'è corrispondenza tra le destinazioni. Il fatto che oggi sia possibile persino l'elargizione tra l'appaltatore di un servizio comunale e il concorrente (sindaco o consigliere) nel medesimo ente locale, è veramente paradossale.
Tutti, destra-sinistra-centro. Un pot pourri di sigle, responsabilità e partiti, che, proprio per la corrispondenza con le affermazioni della segretaria, evidentemente nulla avevano a che fare con lo stadio. Più credibile il benestare collegato alla necessità di Parnasi di essere lasciato in pace, di evitare qualunque osservazione, traducibile in rottura di scatole. 
L’aggiunta riportata nell’ordinanza, l’intercettazione: «Perché pure ai 5 Stelle gliel'ho dovuti dare eh» non ha sinora trovato riscontro. Quel che sarà, sono ben altre le questioni che pesano sul partito di Luigi Di Maio.