Conte d'accordo con Zingaretti: il governo approva la legge della Regione Lazio sulla gig economy

Sconfessata Roberta Lombardi, m5s; aveva detto in aula: «Conosciamo i profili di incostituzionalità di questa legge». Il presidente della giunta: «Si può e si deve fare innovazione ma rispettando i diritti dei lavoratori»

La nuova economia risultante dai «lavoretti»

La nuova economia risultante dai «lavoretti»

Tommaso Verga 16 giugno 2019
di Tommaso Verga
«Il Consiglio dei ministri ha stabilito di non impugnare la legge della Regione Lazio sulla gig economy»: due righe di un comunicato-stampa per licenziare quattordici articoli di una delibera della Regione Lazio che, in assoluto, per la prima volta ostacola il «libero mercato» della forza-lavoro in un settore della nuova economia: quello dispregiativamente inteso «dei lavoretti».
Così, d'ora in poi, le aziende non potranno evadere dalla corresponsione d'un salario minimo orario, dalla copertura assicurativa e dalle tutele sanitarie, viene cancellato il lavoro a cottimo, passa ai lavoratori la proprietà e il controllo del rating (l'attestazione dello stato di servizio): lo porteranno con sé qualora volessero cambiare lavoro.
Una legge che al momento della sua approvazione aveva scatenato le ire e le proteste dell'intero movimento 5stelle. Una dimostrazione di unità interna decisamente inusuale, almeno per la Pisana. Motivo: chi deve regolamentare l'attività del fattorino che consegna la pizza o i pasti a domicilio? del tassinaro di Uber? Il governo nazionale secondo il m5s; «la legge approvata da quest'aula» per Nicola Zingaretti. Il quale, per quanto importante la questione di principio, appariva preoccupato dal fatto che i presupposti contenessero il rischio che il lavoro digitale riportasse alla fabbrica dell'Ottocento.
«Arriviamo alla fine di una farsa – aveva detto Roberta Lombardi, capogruppo dei 5stelle alla Pisana, annunciando il voto contrario del movimento in sede di approvazione della normativa –, sappiamo tutti i profili di incostituzionalità di questa legge». «Si tratta di un provvedimento utile solo a fare “propaganda politica”» aveva aggiunto, assegnando al governo Salvini-Di Maio la potestà di legiferare in materia. «Noi – aveva proseguito Lombardi – condividiamo la necessità di un intervento nazionale sul tema, ma l'urgenza non giustifica interventi palesemente incostituzionali, mettendo una pezza peggiore del buco».
A ruota, il portavoce Davide Barillari aveva messo insieme le decisioni in odore di «eresia» della maggioranza regionale, dichiarando che tutte sarebbero state respinte dal «nostro governo». Dopo la gig economy – assegnataria d'uno dei consueti post liquidatori su Facebook – a succedere non poteva che essere l'obbligo vaccinale che la Regione Lazio ha ribadito come discrimine per l'accesso a scuola. Il consigliere è autore del post: «Provaci. E non sai nemmeno a quale livello di guerra andrai incontro», secondo (per fama) soltanto a «chi ha deciso che la scienza viene prima della politica?».
«En attendant Di Maio godo». Vecchia ma aderente. Infatti, ricevendo i lavoratori, Luigi Di Maio si esibì come di solito su Facebook, definendo i riders «simbolo di una generazione abbandonata che non ha né tutele e a volte nemmeno un contratto». Era il 4 giugno 2018. Primo (e ultimo) atto proprio all'indomani della formazione del governo.
Gratificato Nicola Zingaretti: «La decisione del Consiglio dei ministri di non impugnare la legge della Regione Lazio sulla gig economy, è un importante passo in avanti. Siamo stati i primi in Italia a realizzare una legge per i lavoratori digitali, una sfida che abbiamo lanciato nel dibattito politico nazionale e nella quale abbiamo creduto sin dall’inizio, scegliendo con coraggio e grande determinazione, di intervenire per aiutare e dare dignità ai tanti lavoratori della gig economy, come i riders. Questi lavoratori oggi hanno uno strumento, una legge che li tutela e che dimostra che si può e si deve fare innovazione ma rispettando la sfera dei diritti dei lavoratori».
Dal canto suo, la soddisfazione di Claudio Di Berardino, assessore al Lavoro, già segretario regionale della Cgil. La legge – ha detto – «è la testimonianza della validità del nostro testo. Partiranno ora una serie di procedimenti attuativi per rendere concreti i diritti dedicati a chi lavora tramite piattaforma digitale, a cominciare dai riders. Questa categoria di lavoratori è rimasta priva di tutele fondamentali come infortuni sul lavoro, malattia, maternità, la formazione sulla sicurezza, una retribuzione frutto della contrattazione tra le parti sociali. Il Lazio si conferma apripista nel colmare una situazione di vuoto normativo per categorie di lavoratori sempre più numerosi e sempre più esposti a incidenti e forme di sfruttamento».