Chi fa davvero gli affari in Africa: tutto quello che Di Maio ignora

In scena l'ennesimo capitolo della ininterrotta campagna elettorale: le accuse a Macron, secondo Di Maio il leader con «temi e posizioni su cui poter confrontarsi». Aperta la contesa per le 'europee': ma sulla pelle dei migranti

Africa

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Tommaso Verga 23 gennaio 2019
di Tommaso Verga
Gli sbarchi, i porti, l'accoglienza, gli immigrati. L'Africa, lo sfruttamento postcoloniale, la moneta: anche quando gli argomenti sono terribilmente seri chi ci governa riesce a farne motivo (e rissa) di campagna elettorale. All'insegna di «il mio link è migliore del tuo». Lo strumento? Gli slogan. Che per loro natura non si prestano ai dettagli, non richiedono illustrazione del merito, dei contenuti. Utili per essere affastellati. Come richiedono i facebookoni.
Dimostrazione: un tempo era frequentatissimo, a prescindere dal numero delle stelle (ed anche, come si legge sul quotidiano della casa, dalle 5), «aiutiamoli a casa loro», slogan che, se si rinverdisse, stando agli insulti non potrebbe fare a meno di ricorrere al supporto del sottotitolo «così sosterremo i francesi». Perché, secondo il pensiero, la parola e le opere del vicepresidente del Consiglio – su Salvini meglio sorvolare –, se sono i transalpini a disporre delle ricchezze del continente, ogni atto che sollevi la condizione di quelle genti non potrebbe che fare i conti con i «padroni di casa».
E quindi, dato il teorema, come i Di Battista, i Di Maio, i Beppe Grillo, i grillini, i leghisti, possono «donare» il contributo del loro pensiero a quelle popolazioni? Senza spendere un rigo o una parola sul fatto che l'Africa ricca viene in effetti spogliata per suo conto alla pari di tutti i Paesi che sono transitati e transitano dalla miseria al capitalismo. Ammaestrati da Cina, Brasile e India, i cosiddetti emergenti che non hanno remora alcuna sulle modalità che hanno per effetto strozzare l'Africa.
Alla Borsa di Londra, la War on Want, un’associazione britannica, ha rilevato che 101 società quotate controllano un valore pari a 1,05 miliardi di dollari di risorse in Africa grazie alla gestione di soli 5 beni: petrolio, oro, diamanti, carbone e platino. Di queste 101 società, che hanno attività in 37 Paesi africani, 25 hanno sede in vari paradisi fiscali. Gabriel Zucman, professore alla London School of Economics, ha calcolato, nel 2015, che della ricchezza esentasse custodita nelle società di comodo all’estero, almeno 500 miliardi di dollari erano africani (fonte: Gianni Ballarini, Fq MilllenniuM).
Altro aspetto: non si comprende perché depredando il continente, i francesi sollecitano nei fatti centinaia di migliaia di disperati a imbarcarsi rotta-l'Europa (verso l'Italia, la Grecia, la Spagna, il porto di Marsiglia quando proprio serve). Così da dover gestire il problema dell'accoglienza. Seppure, i transalpini, a chiacchiere. Un effetto del tutto negato dai numeri ufficiali dello Stato italiano. A dimostrazione che non passa relazione alcuna tra sbarchi e politiche degli Stati europei nel Continente.
In termini didascalici, dei 14 Paesi francofoni, 12 erano colonie francesi (Camerun, Ciad, Gabon, Repubblica Centrafricana, Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo), e due portoghesi (Guinea). Un elenco da tenere in evidenza quando si valutano le «invasioni» sulle nostre coste.


Nazionalità dichiarate al momento dello sbarco (aggiornato al 31 dicembre 2017):
Nigeria 18.153 - Guinea 9.693 - Costa d'Avorio 9.504
Bangladesh 8.995 - Mali 7.114 - Eritrea 6.953 - Sudan 6.172
Tunisia 6.092 - Senegal 5.994 - Marocco 5.928

Nazionalità dichiarate al momento dello sbarco (aggiornato al 31 dicembre 2018):
Tunisia 5.181 - Eritrea 3.320 - Iraq 1.744 - Sudan 1.619 - Pakistan 1.589 - Nigeria 1.250 - Algeria 1.213 - Costa d'Avorio 1.064 - Mali 876 - Guinea 810
Nazionalità dichiarate al momento dello sbarco (aggiornato al 22 gennaio 2019):
Bangladesh 57 - Iraq 38 - Tunisia 31 - Iran 13 - Egitto 9
Sudan 2 - Russia 2 - Gambia 1
fonte: Dipartimento della Pubblica sicurezza)


Un pensiero a questo punto andrebbe speso sulla Gran Bretagna, di gran lunga il Paese maggiormente interessato al continente africano e ai suoi tesori. I nostri governanti non ne parlano, nemmeno sfiorano un argomento che metterebbe in difficoltà principalmente Luigi Di Maio, il vicepresidente del Consiglio che sulla «piazza» di Londra, di fronte ai rappresentanti della «city», si è speso per accreditarsi come il futuro leader dell'Italia.
Da ultimo invece, bisognerebbe ragionare su questioni di questa portata tenendo presenti non gli effetti o gli slogan, quanto il come si è giunti alle condizioni date. Il colonialismo è stato battuto (e le lotte rese possibili) grazie al governo del pianeta da parte dei blocchi, contrapposti ma consapevoli che dalle loro scelte dipendeva l'equilibrio del mondo.
Poi, finita quell'epoca, altri protagonisti hanno conquistato un ruolo. Uniti da un pensiero, l'indifferenza rispetto alle necessità delle popolazioni locali. Una volta si sarebbe detto: «è il capitalismo...».