Il prato soccombe a Terranova al bivio tra Tivoli e Guidonia. E' l'ultimo giro?

Ieri, di contro, per la prima volta dopo 40 anni, un Consiglio comunale ha negato il benestare al «ragioniere che sussurra(va) ai sindaci». Le ambizioni del finanziere messe all'angolo da una donna, Chiara Amati, assessora

Uno pronto, l'altro «ciak si gira»: Bartolomeo Terranova costruisce tra Guidonia Montecelio e Tivoli

Uno pronto, l'altro «ciak si gira»: Bartolomeo Terranova costruisce tra Guidonia Montecelio e Tivoli

Tommaso Verga 29 novembre 2018

di Tommaso Verga


Di questi tempi se ne fa spreco. Da Salvini e Di Maio in particolare (ma anche il Conte non si sottrae). Però per chi conosce i luoghi e gli ambienti, scrivere «è un fatto storico» non è retorica. Sottolineando che ne è protagonista una donna. Aspetto non secondario né marginale: Chiara Amati, assessora all'Urbanistica. Autrice di un non possumus per sé e per il suo partito.


Succede così che la richiesta della «Nuova Guidonia srl» del tandem Terranova-Donati di volturare da agricolo a industriale 5 ettari di terreno per depositarvi la piattaforma refrigerata della «Immostef Italia», delegazione della multinazionale francese interessata a un logistic center del freddo al confine con i mercati generali sulla Tiburtina, è stata respinta dal Consiglio comunale di Guidonia Montecelio. Ieri il voto. Una gelata.


Per la prima volta, il «ragioniere che sussurra(va) ai sindaci», conosce il freddo, sconosciuto sapore, del diniego. Nessuno s'è mai azzardato a trattarlo così. 


Infatti, né quello ex di Tivoli, Marco Vincenzi, Pd, presidente della commissione Bilancio della Regione Lazio, direttore della terranoviana «Santo Stefano Terme Spa» nel 2008; né di Guidonia Montecelio, Eligio Rubeis, Forza Italia, architetto di fiducia, tecnico delle strutture e dei calcoli statici, immolatosi sulla «Collina del Sole» meglio nota come «lottizzazione Pizzarotti», per la quale ha provveduto alla progettazione e approvato in giunta la variante: due le ipotesi di reato dalle quali deve difendersi. Entrambe risalenti a indagini della procura di Tivoli. Ma neppure Giuseppe Proietti, Pd+altro, odierno primo cittadino di Tivoli, ha resistito al fascino del «ragioniere che sussurra(va) ai sindaci». Si deve a lui la delibera approvata dalla maggioranza di Palazzo San Bernardino lunedì 6 agosto relativa alla concessione mineraria delle acque solfuree. Scadenza fissata al 2031. Terranova l'ha chiesto, Proietti l'ha esaudito.


Per quanto contraddittorio possa apparire, nonostante il gran daffare, l'impressione che si trae è che il finanziere alla vigilia degli 80 anni abbia deciso di tirare i remi in barca. Finanzializzare il patrimonio, tramutarlo in contanti. 


La fotografia riproduce un palazzo già pronto per il mercato immobiliare (sul tetto sventola il tricolore), affiancato da una gru. Se ne presume necessario lo spostamento, funzionale all'imminente edificazione d'un terzo edificio. Perché al secondo presterà il braccio quella di sinistra, solitaria. I permessi ci sono. Nascono tre nuovi palazzi. A costruzione ultimata sarà espugnato l'ultimo verde d'avanzo tra via Tiburtina e il centro di Guidonia Montecelio. Ad accompagnare il disegno, da parte del vescovo di Tivoli, già appostata la prima pietra della chiesa (data la superficie si direbbe una cattedrale).


Il quadro d'assieme lo dipinse Adriano Celentano 70 anni fa, una rima sempre attuale: «là dove c'era l'erba ora c'è una città». Protagonista dell'occupazione delle terre, appunto, Bartolomeo Terranova. Che con questi cantieri conclude questa parte della carriera come l'aveva cominciata. Con il mattone. Sul resto riferiranno le cronache.