Il socialista Sanchez aiuta i poveri facendo pagare i ricchi. I Pentaleghisti no

In Spagna, il leader decide che il sostegno alla povertà e alla disoccupazione dev'essere sostenuto dai ricchi: aumentano le tasse sulle persone fisiche e sugli affari. Si sfora il deficit ma senza andare contro l'Unione europea

Pedro Sanchez (al centro)

Pedro Sanchez (al centro)

Tommaso Verga 26 ottobre 2018

di Tommaso Verga


Il reddito di cittadinanza sconfiggerà la povertà (Di Maio dixit), della flat tax beneficeranno tutti (i ricchi). Dopodiché, come vuole la novella, rientreranno a casa felici e contenti. «Quanto costa?» Moltissimo. Al punto – sapendo già che promesse elettorali, platea da soddisfare e risorse disponibili non collimano – si rivolgono insulti ai custodi delle regole fiscali europee. Non quelle ancora da scrivere tenute sotto controllo dagli arcigni guardiani dell'ortodossia, ma alle altre, anche scritte dall'Italia.
Euroburocrati, ubriaconi, nemici eccetera eccetera (capitanati dal neo «traditore» cancelliere austriaco Sebastian Kurz), dei cerberi si finge di non sapere, di ignorare, che oltre alle manovre-caos di Palazzo Chigi stanno osservando un altro Paese che ha deciso di «ignorare le virgole», gli obiettivi di deficit già fissati. Per questa parte, il confronto prima che con l'Italia, è tra Pedro Sanchez e Mariano Rajoy: socialista il primo, a capo di un governo di minoranza (il 25 per cento del Parlamento con il sostegno di Podemos); superflua la specifica dell'altro.
A Madrid, prima di andarsene, Rajoy aveva previsto una riduzione del deficit di bilancio dell'1,3 per cento del prodotto interno lordo 2019. Sanchez ha ridotto la previsione allo 0,5. Per la Commissione europea, entrambi hanno ignorato che il disavanzo previsto raggiungerà il 2,7%. Come per il Bel Paese, da Bruxelles è partita la lettera di richiamo, nella quale si afferma che l'Ue s'aspettava una riduzione più marcata del deficit strutturale del Paese. Dalla Spagna, hanno risposto che «si può fare». In termini politici ed economici. E senza infrangere le regole comunitarie. A determinate condizioni.
Intanto, il debito pubblico che l'anno prossimo si ridurrà soltanto dal 97% al 95,5% del Pil. La percentuale mostra anche la grandezza, inferiore a molti altri paesi della zona euro come il Portogallo, l'Italia e la Grecia. Un governo prudente avrebbe usato la congiuntura favorevole per prepararsi alla nuova recessione. Invece, le scelte del leader socialista prevedono una seconda priorità, fondata potrebbe dirsi su una «semplice distinzione»: finanziato da tasse più elevate sui ricchi – individui e società –, l'aumentato gettito andrà a sostegno della spesa sociale. Una decisione che ha comportato l'accusa a Sanchez (non sconosciuta: valida per tutti e per tutte le stagioni) di non sostenere l'economia spagnola. Una critica che ha lasciato indifferente il presidente, il quale era viceversa interessato a dimostrare come fosse possibile varare un bilancio di sinistra senza «disobbedire» alle regole fiscali dell'Unione europea.
A sostegno delle sue scelte (contrariamente all'Italia), Sanchez non ha avuto bisogno di puntare sulla ruota della fortuna né di mettere a rischio il bilancio del Paese. Gioca a suo favore il ciclo economico spagnolo positivo, che ha eguagliato o superato il 3 per cento negli ultimi tre anni (il 2018 si chiuderà al 2,6 per cento). Resta altissima invece (15,2 in agosto, 4 punti sopra l'Italia) la percentuale della disoccupazione. Un limite che sarebbe anch'esso influenzato positivamente della differenza tra la stima della crescita potenziale – solo l'1,1% quest'anno – e il dato effettivo (il 2,6 come detto), un trend che dovrebbe esercitare la sua influenza sulla disoccupazione.
La differenza tra Italia e Spagna non è tanto nella motivazione che sostiene l'azione dei due governi. Sia Madrid che Roma si dicono disponibili ad aiutare chi è rimasto indietro a causa della crisi. Il governo italiano pianificando il «reddito di cittadinanza». La Spagna oltre le indennità di disoccupazione e invalidità aumentando il salario minimo nazionale da 736 euro a 900 euro. Però, diversamente dall'Italia, la Spagna ha individuato chi sorreggerà le scelte a favore dei meno abbienti. A Madrid, le imposte sul reddito aumenteranno per le persone che guadagnano più di 130.000 euro all'anno. Così come le tasse sugli affari. Qualunque sia la natura, al contrario, l'Italia ha deciso che le imposte verranno ridotte. Una distorsione che si aggiunge al saldo dei debiti nei confronti del fisco (il «condono») e al maggiore esborso dovuto alla riforma del sistema pensionistico – che comunque per come appare assomiglia a una fake news –. Addendi che comporteranno disponibilità per una volta e una soltanto, il che rende impossibile architettare un piano coerente di per sé e con l'intera legislatura.
Tuttavia, anche se il primo ministro socialista fallisse, il suo orientamento offrirebbe una lezione utile. Da tempo, la sinistra lamenta che la zona euro è un progetto «neoliberale» volto a comprimere la spesa sociale e aiutare il capitale. Soprattutto «grande». La Spagna, ma anche il Portogallo, dimostrano che non è vero.


Il budget di Sanchez potrebbe non essere né particolarmente prudente né utile. Ma è un segno che l'Europa non è la stessa cosa.