La vertenza-travertino deve rientrare: su un tavolo al ministero del Lavoro

I licenziamenti in atto, quelli minacciati dalla possibile chiusura d'un'altra decina di cave, obbligano sindacati e industriali a convergere sul tradizionale confronto istituzionale. Il governo deve inoltre difendere il «made in Italy»

Un presidio degli operai delle cave di travertino in sciopero nella settimana passata

Un presidio degli operai delle cave di travertino in sciopero nella settimana passata

Tommaso Verga 9 settembre 2018

di Tommaso Verga
In un tempo senza data, una vertenza come quella che agita i lavoratori del travertino sarebbe finita sul tavolo del ministero del Lavoro. Né sarebbe stata la prima volta. In passato, gli operai ricorderanno, era pressoché normale che fosse la mediazione del governo – ai diversi livelli – a determinare non il contratto nazionale ed anche l’integrativo di zona.
Si osserverà che è difficile classificare quanto sta accadendo come «vertenza», con fazioni contrapposte estranee alla contesa che si muovono alla cieca, guidate dal sentimento di rivalsa, benché consapevoli che del trofeo non ci sarà appannaggio. La doppia revoca – in direzione della «Str spa» e, per conseguenza, delle lettere di licenziamento – è un trofeo che si aggiudicherà chi riesce a prevalere. A patto che l’altro ceda. Mah…
La vertenza (o come si voglia chiamare), ridotta comunque in tale stato, deve uscire da Guidonia Montecelio e approdare al «nazionale» (di Tivoli non si sa che dire, Giuseppe Proietti, il sindaco della coalizione populista, sinora non ha speso una-parola-una. Chissà, forse ignora che tra gli addetti al travertino ci sono anche suoi concittadini: che però lavorano in una cava sita nel Comune di Guidonia Montecelio, e quindi…). Obiezione istituzionale: cave e torbiere sono materie di competenza regionale.
Vero, ma i termini del problema sono cambiati. Le questioni della pianura tiburtina si sono avvitate sul motivo forte dei licenziamenti, con il rischio non ipotetico che a trovarsi in mezzo alla strada non saranno più soltanto gli operai della «Str» ma anche gli altri della decina di aziende preavvertite. A difesa dei quali, insegna l’esperienza accumulata in questa settimana passata, non si intravvedono terapie adeguate.
Né è possibile attendere l’esito del Tar. Il 9 ottobre è fissato l’inizio del procedimento non la conclusione. Con la ovvia constatazione che «chi perderà» cercherà udienza al Consiglio di Stato con l’appello. Periodo quindi assolutamente imprevedibile. Nel frattempo chi provvederà ai lavoratori?
Il governo. Deve essere Palazzo Chigi a provvedere alla prosecuzione del confronto. A favore del quale va aggiunto un altro motivo. Decisivo. Il travertino romano – quello che con la sottoscrizione dell’«accordo di programma» assumerà la «denominazione protetta» – è prodotto rappresentativo del «made in Italy». Non soltanto sotto l’aspetto del beneficio finanziario, le esportazioni eccetera, quanto per sua intrinseca natura, illustrata da monumenti e opere, dai moltissimi «biglietti da visita» distribuiti ovunque nel mondo. Un po’, fatte le relative distinzioni, come il tessile e l’alimentare.


Il che vuole anche dire che la mancata soddisfazione di ordinativi prefissati, contratti stipulati e quant'altro, non ricadrà che parzialmente sul distretto del travertino di Tivoli e di Guidonia Montecelio. E, sotto il profilo della credibilità collettiva, neppure sull'azienda inadempiente. A rimetterci sarebbe il sistema-Paese. Un «lusso» che l'Italia non può permettersi.


Ai sindacati dei lavoratori e a Unindustria la sollecitazione (come si faceva in un tempo senza data). Perché tutto rientri nei canoni di una «normale» vertenza.