I carabinieri del Tcp recuperano reperti archeologici per oltre 900mila euro

Dalle antichità custodite nel museo privato nella villa del «palazzinaro» (con due teste, una taurina ed una equina, di gruppo scultoreo di notevoli dimensioni), alla colonna di tufo messa in vendita su Facebook

Le attività dei carabinieri del Comando tutela patrimonio culturale

Le attività dei carabinieri del Comando tutela patrimonio culturale

Redazione 16 maggio 2018

Due operazioni della «sezione archeologia» del Reparto operativo tutela patrimonio culturale dei carabinieri, giunte a conclusione la scorsa settimana, hanno consentito il recupero di reperti archeologici considerati «importantissimi», del valore di oltre 900mila euro.


Nel primo caso, a insospettire gli investigatori dell'Arma «alcune operazioni di movimentazione di ingenti somme di denaro da parte di facoltosi imprenditori, per l’acquisto di beni d’arte». In particolare, ha sollecitato l’attenzione un piccolo museo privato con decine di reperti archeologici che un immobiliarista romano aveva allestito senza metterne a conoscenza il Mibact, il ministero dei Beni e delle Attività culturali.


A conferma della giustezza dei sospetti, la procura della Repubblica capitolina «disponeva una perquisizione domiciliare, nel corso della quale venivano rinvenuti decine di reperti archeologici, prevalentemente ceramici, databili tra il IV sec. a.C. ed il II sec. d.C. Tra i beni spiccano, per interesse storico-artistico, alcuni crateri di ottima fattura e due eccezionali teste da coroplastica architettonica, una taurina ed una equina, verosimilmente pertinenti un gruppo scultoreo di notevoli dimensioni».


Stando alla comunicazione dell'Arma, non si esclude la possibilità che a fornire i beni siano stati i «tombaroli», visto che «le indagini stanno proseguendo per l’identificazione dei correi, nonché per l’individuazione delle aree archeologiche di provenienza dei beni, la cui localizzazione potrebbe consentire anche importanti scoperte scientifiche».
L'altra operazione s'è rivelata doppiamente positiva per un ulteriore motivo: l'utilizzo delle modalità del mercato virtuale per la commercializzazione di beni di provenienza furtiva. Attività già nota alle forze dell'ordine, ma rivelatasi nella circostanza applicabile anche a «prodotti di nicchia» e certamente non di largo consumo come i reperti archeologici. Infatti, l'indagine «si è sviluppata a seguito dell’attività di monitoraggio dei siti internet, sempre più frequentemente utilizzati  per la commercializzazione di beni archeologici di provenienza illecita».


In particolare, «su un profilo Facebook, riconducibile ad un sito marketplace, veniva posto in vendita un frammento di colonna romana in tufo». Assente qualsiasi attestazione di proprietà e altro, i carabinieri hanno informata la procura della Repubblica di Velletri, competente per territorio. La successiva perquisizione «ai danni del venditore consentiva il sequestro del rocchio di colonna, che i funzionari del Mibact hanno indicato provenire dal sito dell’antico abitato di Ardea».