Tivoli, la città industriale del XIX-XX secolo (5.000 buste-paga ogni mese)

La «cartiera Segrè» in rappresentanza della ricchezza imprenditoriale ed architettonica del Novecento tiburtino. L'ingresso nel patrimonio mondiale dell’Unesco quale simbolo dell'industrializzazione dell'epoca

I «bollitori» della cartiera Segrè: alimentavano quattro macchine continue (foto di Annalisa Biagioli)

I «bollitori» della cartiera Segrè: alimentavano quattro macchine continue (foto di Annalisa Biagioli)

Tommaso Verga 30 giugno 2018

di Tommaso Verga


Nel primo «censimento generale della popolazione italiana» postbellico, un numero in assoluto destava attenzione (forse invita anche a riflettere), 5.000 buste paga ogni mese erogate dall’industria (e solo dall’industria) nel comprensorio tiburtino. Amplissima (e in larga parte tuttora inalterata) la gamma delle attività, dall’estrazione al manifatturiero all’artigianato.
Non conteggiati perché estranei al metodo statistico, ma altrettanto significativi sotto il profilo del reddito, i «totali familiari», arricchiti dai salari provenienti dall’agricoltura.


I 60 GIORNI DELLE «TABACCHINE». Che si muoveva su un doppio binario. Quella «ufficiale» con centinaia di «tabacchine», dalla pianura tiburtina alle colline del Giovenzano e dell’Aniene, entità che si raggiungeva nella fase del raccolto delle foglie, una stagionalità che richiedeva 60 giorni di impiego per potersi coniugare alla specifica normativa sulla disoccupazione agricola. Non finiva qui. Perché, più spesso di quanto si possa immaginare, l’assegno dell’Inps precedeva la coincidente certificazione medico-sanitaria della maternità, il che prolungava il beneficio per tutta la durata della «copertura» obbligatoria. Storie d’Italia.
A corollario, l’addizione di quel singolare provento espresso dalle attività agricole «in nero», domestiche, lavorazione dell’olio in particolare: nella stagione della raccolta le decine di fabbriche si svuotavano. Consensualmente, anche ai padroni conveniva non turbare la corrispondente «pace sociale» (magari consolidata da qualche bottiglia di extravergine nel «giorno del ringraziamento»).
L’autore chiede che il quadro d’assieme descritto non venga considerato uno sbrego, per quanto border line. A suo parere, il racconto sull’economia anteriore al tempo dell’«Oscar» alla lira, non inficia, ma aiuta a conservare, a non mandare disperso quel lungo frammento di storia. A vantaggio dei più giovani ed anche della lira (ops: dell’euro). Perché Tivoli ha la possibilità di rendere attuale quel passato, di entrare nel patrimonio mondiale dell’Unesco non solo per le ricchezze monumentali ma anche perché «città industriale» del XIX e XX secolo. Ricorrendo all'eredità esistente.
Da Wikipedia: «L’archeologia industriale è una branca dell'archeologia che studia, applicando un metodo interdisciplinare, tutte le testimonianze (materiali e immateriali, dirette ed indirette) inerenti al processo d'industrializzazione fin dalle sue origini, al fine di approfondire la conoscenza della storia del passato e del presente industriale».
Lo spunto (tu chiamalo se vuoi suggerimento), l’ha offerto Internazionale, il prestigioso settimanale frequentatissimo dai giovani. Carlo Della Papa, un lettore – non uno qualsiasi: è stato sindaco di Ivrea – scrive a proposito del «modello d’impresa Olivetti». E sottolinea che nei dieci anni della sua esperienza al vertice della città, ha avviato (e non ancora concluso par di capire) il «lungo iter necessario per iscrivere nel patrimonio mondiale Unesco “Ivrea città industriale del ventesimo secolo”.
Quella di Ivrea è la prima candidatura italiana a sito Unesco di un patrimonio architettonico del Novecento. Non manca in Della Papa la riflessione su «ciò che rappresenta l’eredità olivettiana, materiale e ideale, che non deve essere solo preservata, ma ancora conosciuta, approfondita e diffusa. Per stimolare nuove visioni e incoraggiare l’innovazione».
IL «MUSEO DELLA STORIA INDUSTRIALE TIBURTINA». Condizioni preliminari presenti a Tivoli. Completate dalla sede che secolo dopo secolo ha visto avvicendarsi gran parte delle trasformazioni. Si parla della possibilità di utilizzare la «cartiera Segrè», nella parte così denominata del Santuario di Ercole Vincitore, come luogo ospitante il «museo della storia industriale tiburtina» (chi scrive avrebbe volentieri riportato il pensiero in proposito di Andrea Bruciati, il direttore del VaVe, ma l’email inviata il 22 maggio educatamente attende ancora risposta).


Problemi non mancano. Dai 100-120 milioni che il Mibact conteggiò per arrivare al recupero del complesso al concorso che stabilì vincitore il progetto – tuttora valido, non abbandonato – che non escludeva l’abbattimento completo di quell’ala del Santuario; e comunque delle capriate della cartiera ancora esistenti, sostituite da due orti botanici eretti sollo spazio delle vasche di decantazione in ceramica destinate alla pasta-legno (la materia prima della carta) e inventate da Giuseppe Segrè. Una collocazione che – diversamente dalla costruzione dell’attuale anfiteatro: in calcestruzzo anziché travertino – la città di Tivoli dovrebbe respingere senza mezze misure.
Nello spazio (enorme) della cartiera – logo effettivo: «Società anonima delle cartiere tiburtine e affini» fondata da Giuseppe Segrè nel 1889 –, possono alloggiare la centrale elettrica dell’Acquoria, la prima in Italia, e il «lancio» della scintilla che illuminò Roma, la «ferriera» inaugurata nel 1795 e diretta da Carlo Lombardi per produrre i cannoni per lo Stato pontificio, poi acquistata nel 1801 da Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone, e le proteste degli abitanti del Colle per i fumi della fonderia, l’avvento del filo diamantato nelle cave di travertino, le vicende delle cartiere appartenenti alla Storia cittadina, le tipografie e le innovazioni tecnologiche nella carta stampata a partire dalla metà degli anni Settanta, il premio Nobel Emilio Segrè, Enrico Fermi e i «ragazzi di via Panisperna», la relazione parentale con le famiglie Treves-Turati, l’ingresso nel mercato delle prime multinazionali (la finnica «United Paper Mills» rilevò la Segrè alla fine anni Cinquanta per chiuderla nel 1973), la finanziarizzazione dell’economia. C'è davvero tanto da raccontare.
LA STORIA DEL MOVIMENTO OPERAIO. In conclusione, last but not least, l’organizzazione del movimento operaio, la fondazione della Camera del lavoro di Tivoli da parte dei cartai, le lotte degli anni Settanta, in particolare della «Pirelli». Macchine, impianti, supporti virtuali, «carne e ossa». Un patrimonio che anche senza benestare dell’Unesco è necessario preservare per il comune futuro.