GdF: fallimento, autoriciclaggio (con il ritrovamento dei 43 milioni)

Nove gli arresti tra Roma, L'Aquila e Guidonia Montecelio: per non pagare i creditori (e scansare gli ufficiali giudiziari) i soldi erano stati depositati in una società del bosniaco figlio di un criminale di guerra nella ex Jugoslavia

Un sequestro ad opera della guardia di Finanza: stamattina 2 milioni e mezzo

Un sequestro ad opera della guardia di Finanza: stamattina 2 milioni e mezzo

Redazione 20 maggio 2019
di Tommaso Verga
Un altro colpo messo a segno dalle Fiamme gialle impegnate «a seguire la pista dei soldi», come suggeriva Giovanni Falcone. Risultato, nove arresti tra Roma, la sua provincia e L'Aquila. L'accusa, associazione per delinquere per reati fallimentari, riciclaggio e autoriciclaggio. A Rebibbia, Giacomo Baccaro, 42 anni, sospettato di essere il vertice dell’associazione; il «braccio destro» Massimo Giaffreda, 49 anni; Claudio Pauselli, 61 anni, fiduciario del primo. Ai domiciliari, Antonietta Baccaro, 59 anni, sorella del capo; Cinzia Cenni, 48 anni; Daniele Ciucci, 37 anni;
 Salvatore Scialpi, 54 anni; due romeni: Gabriel Dimache, 52 anni, e Costantin Ionita, 42 anni.
Oltre agli arresti, il gip ha disposto il sequestro di somme di denaro e asset patrimoniali riconducibili agli indagati per circa 2,5 milioni di euro, quale profitto dei reati commessi. Tra i beni figurano anche le quote societarie di una clinica polispecialistica e di un bar/pasticceria/ristorante di Guidonia Montecelio, in provincia di Roma, nella disponibilità di Claudio Pauselli.
In origine, il fallimento di una società per azioni operante nel servizio di call center, la «Gepin Contact», decretato dal tribunale il 28 luglio 2017, per un passivo dichiarato e contabilizzato di oltre 43 milioni di euro. Un pacifico ragionamento sull'attività aziendale, e la somma non è stata ritenuta credibile dalla guardia di Finanza – l'indagine è stata condotta dal Gruppo tutela mercato capitali del Nucleo di polizia economico-finanziaria –, la quale, risalendo su per li rami ad una pluralità di società, amministrate tutte direttamente o indirettamente dagli indagati, ha messo in evidenza le manovre occorrenti per condurre l’impresa al dissesto.
In sostanza, per evitare di incorrere in ordinanze di riscossione coattiva a favore di clienti della «Gepin Contact spa» (e magari riuscire ad accantonare un «tesoretto» per tempi migliori), gli uomini delle Fiamme gialle hanno spiegato che «il capitale sociale della fallita è stato formalmente ceduto a una persona giuridica bosniaca legalmente rappresentata da Mate Naletilic, figlio di Mladen detto ‘Tuta’, quest’ultimo condannato per crimini di guerra contro l’umanità quale comandante di un gruppo para-militare operante nella ex Jugoslavia».
Quanto ai 2,5 milioni di euro, «la cifra sarebbe stata distratta a favore degli associati o fatta confluire nelle casse delle altre imprese del gruppo, facendo così rientrare nel circuito economico “pulito” il denaro “sporco”» hanno precisato i finanzieri.
L’operazione odierna si inquadra nella più ampia azione della guardia di Finanza volta a ostacolare l’ingresso degli interessi criminali nell’economia legale e a tutelare, nel contempo, il rispetto delle regole del mercato e della concorrenza.