Sciopero e manifestazione del travertino. Il contrasto tra lavoro e ambiente

Il Comune ha bloccato i permessi di prosecuzione dell'attività estrattiva. Cgil-Cisl-Uil parlano di «sistematico contrasto al distretto del travertino romano». Ma il primo «oppositore» fu Eligio Rubeis

Il distretto del travertino nella pianura tiburtina

Il distretto del travertino nella pianura tiburtina

Tommaso Verga 5 aprile 2018

di Tommaso Verga
Sciopero unitario nelle cave di travertino ieri. Contro il Comune di Guidonia Montecelio. Il lavoratori del distretto si sono fermati per protestare sui licenziamenti causati dalla mancata concessione alle aziende dei permessi necessari alla prosecuzione dell’estrazione della pietra. Un indirizzo, accusano Cgil-Cisl-Uil, di categoria e territoriali, «di sistematico contrasto al distretto del travertino romano, mettendo in assurda contrapposizione tutela dell’ambiente e difesa dei posti di lavoro». In un comunicato, la Fillea sostiene che da «due anni lavora insieme ad alcune associazioni ambientaliste e d’impresa ad una proposta di legge regionale che difenda l’ambiente, il lavoro e le possibilità di sviluppo del territorio».



Cosicché, accanto a un tema «classico» – la difesa del posto di lavoro –, l’agitazione è percorsa da una seconda traccia, il ripristino delle condizioni di un territorio-gruviera, conditio sine qua non posta con qualche ruvidità dal municipio, per confrontarsi sulle prospettive. Di un comprensorio, quello tiburtino, dove ad ogni chiusura di cava, per esaurimento o altro, è corrisposto il nulla, nemmeno l’ombra di un qualsiasi recupero ambientale.
 Nei fatti, lo sciopero è andato molto bene, così come la manifestazione sotto il palazzo cittadino, a piazza Matteotti.


Al netto del peso di una campagna elettorale mai interrotta, la linea dell’amministrazione comunale pentastellata almeno a parte degli oppositori non dovrebbe risultare così «sovversiva» (se finirà in quel senso, chissà quanto inciderà localmente la formazione di un governo Di Maio-Salvini). Perché fu per primo Eligio Rubeis, il sindaco nei tempi recenti più «chiacchierato» di Guidonia Montecelio – a causa delle disavventure giudiziarie che hanno travolto la sua persona e la coalizione Fi-Fd’I-Udc – a voler imporre alla Regione Lazio (non riuscendo) il criterio che dovesse essere il Comune a rilasciare il benestare, «ultimo e vincolante» rispetto al rilascio dei permessi di escavazione e sulle proroghe.



Motivo? Il ritombamento delle cave dismesse, la «questione ambientale», la «difesa della mia città». Motivi di alto profilo, sicuramente sgraditi al settore lapideo al contrario di altri, il turismo e l'accoglienza ad esempio. Sconfitto, Rubeis rifiutò di firmare il «protocollo d'intesa» propedeutico alla nuova legge regionale di allora.
Impostazione propugnata e difesa con toni alti e la caparbietà riconosciuti al personaggio che nella circostanza lo portarono a scontrarsi, pubblicamente, con un agnostico Sandro Gallotti, il sindaco tiburtino di Forza Italia, suo stesso partito. Il «combattimento» avvenne all’interno di un laboratorio sulla Tiburtina (di «Frediani & Cola»?). Ad assistere, la numerosa platea formata dai partecipanti alla pubblica assemblea. Narrata dalla stampa, in particolare dalle due firme di Guidonia Oggi.



Che poi quella posizione sia finita nel cestino non stupisce. Alla pari del particolare curioso – che conferma un indirizzo poco rispettoso della serietà del problema visto nel suo insieme –, sui proprietari delle cave: anche loro in piazza, a sostegno della lotta dei lavoratori s'è detto.