Torre Maura e la manifestazione antifascista (in assenza del quartiere)

Passano gli anni e i problemi si ripetono. Periferie abbandonati e la gente che protesta. Come nel 1987 all'Albuccione, estrema periferia di Roma est nel comune di Guidonia. Anche allora...

L'Unità del 18 novembre 1987. L'articolo di Stefano Di Michele sugli zingari spostati sulla Tiburtina

L'Unità del 18 novembre 1987. L'articolo di Stefano Di Michele sugli zingari spostati sulla Tiburtina

Tommaso Verga 8 aprile 2019
di Tommaso Verga
La manifestazione è terminata. Il corteo si incammina verso via Tobagi. Il senso è di malcontento perché t'aspettavi una partecipazione maggiore. Il fatto è che ad assentarsi sono stati proprio gli abitanti di Torre Maura. Che però non c'erano nemmeno all'appuntamento delle quattro tartarughe ninja riunite qualche centinaio di metri più in là. Un buon segno. Significa che il morbo dei fasci resta estraneo al quartiere, che la «ribellione» della popolazione dei giorni precedenti non era dovuta all'incitamento dei caporioni della milizia. Tanto è vero che ogni altra argomentazione è preceduta dalla vittoria di Simone sui fasci e del suo «a me non sta bene che no»: chissà dove i critici hanno trovato uno sgorbio della lingua italiana. Evidentemente non sapevano come e cosa replicare, alla pari della cute liscia del tizio di Casa Pound.
Ieri, il giorno dopo, un'occhiata alle cronache, trovi sostanziale convergenza nel giudicare positivamente la risposta delle organizzazioni antifasciste. Poi però incroci personaggi che hanno da dire.
Dichiarazioni che legittimano gli interrogativi, a dimostrare una questioni di fondo che Torre Maura ha semplicemente accentuato – «vivere nella periferia romana» – si compendia in una affastellamento di sì, no, vabbè, però, insomma... Cronaca rosa. Al punto da sollecitare l'interrogativo sul perché sentono la necessità di parlare. Forse perché così prevede il ruolo, il fatto che sono possessori di un titolo da biglietto da visita?
Li leggi ma il pensiero corre per suo conto. Non ti appassionano i loro valzer. Preferisci tornare a piazzale delle Paradisee (unica difficoltà del luogo; ed è un uccello non un fiore). Al posto dove in attesa che si avviasse la manifestazione giravi lo sguardo. Intorno. A vuoto. Allora un caffè. Ovunque un fatto normale, che soltanto a immaginare di scriverci su ti viene l'affanno: sei matto a pensare che questa la devi scrivere! Invece no. Perché ti dicono vada là, poi giri a sinistra poi a destra faccia la salita... Oddio, servono indicazioni per un bar alla portata?
Alzi lo sguardo, guardi sti' palazzi, e ti sovviene il piano quinquennale, la Ddr, l'urbanistica sovietica, l'illustrazione d'una teoria dell'abitare de-mitizzata dal serpentone di Corviale, edifici altissimi, un ammasso di balconi-finestrelle, «alveari», «città dormitorio»: pensavi fossero archiviati.
Tocca alla riflessione di uno che è vissuto in questi luoghi. Si chiama Matteo Orfini, è stato presidente del Pd renziano: «io vengo dalla periferia di Roma», quindi «comprendo il disagio dei residenti». Dopodiché t'aspetti che dica «quando ho governato ho cercato di escogitare un rimedio». No. Continua con la sua storia di borgata. Ma va va.
A beneficio, è bene rievocare il novembre del 1987 – ricordato dalla foto dell'Unità con il pezzo superbo come tutti i suoi scritti di un giovane Stefano Di Michele. Il 16 aprile saranno tre anni che ci ha lasciati –. Trent'anni fa, circolo Arci Albuccione, quartiere di Guidonia Montecelio sulla Tiburtina, un'assemblea per toni e contenuti simil-Torre Maura. I fascisti c'erano ma a sicura distanza, se si fossero avvicinati nessuno avrebbe scommesso sulla (loro) personale incolumità.
Discussione un po' smorzata da uno che sedeva dall'altra parte del tavolo: «Mo' basta. Io so' de borgata come voi, ma sta' storia non l'ammetto. Gli zingari non c'entrano, la colpa è del Campidoglio, del sindaco Signorello che butta tutto fuori-Roma». Perché? tu da dove vieni? «Io sono cresciuto alla borgata Gordiani, sono andato a scuola a Quarticciolo, dai salesiani, a 13 anni ho cominciato a lavorare in una tipografia a Tor Sapienza». «Ma allora sei dei nostri!» l'abbraccia una matrona romana. Però gli zingari te mettono le mani in tasca... rubano i ragazzini. «Sì, e i comunisti li fanno bollire! Ma piantatela co' ste stronzate!». Se ci fosse stato Orfini gli avrebbero chiesto «ma allora tu che hai fatto? Noi ti abbiamo votato, qua siamo tutti comunisti. Quindi?».
Il vizio di sfogliare e ne prendi un'altra, una perla che ti verrebbe voglia di aggettivare d'impeto ma poi dovresti fare i conti con le conseguenze: Antonio Padellaro dice che «per rialzare la testa queste comunità dovrebbero prima avviare un forte e sincero percorso di autocoscienza, affidandosi ai più giovani e alla domanda: cos’è che non va in noi (prima di chiedere cos’è che non va negli altri)». Insomma, scusarsi (esclusi i nazifascisti di Torre Maura che si deprimono quando pensano di averne fatti passare così pochi per il camino). Continua Padellaro: «Da una parte il vittimismo (“non siamo animali”) di una comunità che non vuole fare i conti con il disagio che i propri membri (non tutti, però molti sì) infliggono al resto della collettività con il loro stile di vita. Perché se chi abita vicino alle roulotte mette le inferriate alle finestre o se quando una zingarella sale sul bus l’istinto è di proteggere il portafoglio questo, per dirla con il sociologo Luca Ricolfi, non è pregiudizio ma, purtroppo, esperienza. In tutto ciò la (non) risposta politica al problema rom o è quella della destra che li caccia e li schifa o è quella della sinistra che li commisera e s’indigna, tenendoli a debita distanza».
Oggi ricorre la «Giornata mondiale dei rom e dei sinti»: chissà se voleva essere d'augurio.