Al quartiere medievale di «Tivoli 'vecchia'» provvederà Terranova

Del finanziere di Tor Lupara il «recupero delle ex cartiere di via degli Stabilimenti», un progetto di Alessandra Piseddu. La diversità come distintivo del nuovo caseggiato da edificare al centro d'un «luogo sacro» ai tiburtini

Il contrasto tra la Tivoli 'antica' (abbarbicata sul colle) e il nuovo piano di recupero

Il contrasto tra la Tivoli 'antica' (abbarbicata sul colle) e il nuovo piano di recupero

Tommaso Verga 29 settembre 2018

di Tommaso Verga
Bello? Coerente? Rispettoso? Riterrà un esercizio retorico il grappolo di domande provenienti dal poliedro delle aspettative l'architetta Alessandra Piseddu che ha messo a partito l'ingegno coniugato alla competenza, ma è l'inevitabilità d'ogni mestiere. Immagini quante ne deve sopportare chi scrive...



Ogni «lettura» è opinabile è la regola che ne discende. Nella circostanza, va sfogliato il «Progetto di recupero delle ex cartiere di via degli Stabilimenti», primo tentativo a Tivoli nel centro antico di ripristinare condizioni che si dicono vivibili per definizione (e spendibili: sinonimo di «monetizzabili») di un luogo inviolabile, il quartiere medievale.



Un primo interrogativo (da non assegnare al pregiudizio): com'è stato possibile ottenere il lasciapassare delle autorità di controllo in una contrada dove tutto è intoccabile, dove tutto risulta vincolato, al punto che non è ammesso dalle Sovrintendenze stendere i panni bagnati sul filo, nel modo classico, un'azione considerata offesa al paesaggio (per dichiarazione di un'abitante).



Via degli Stabilimenti (d'un tempo: oggi collocazione idealmente perfetta d'un museo di archeologia industriale), il progetto di Alessandra Piseddu, interessa l'ex «cartiera Renzi», confinante da un lato con l'ex «Amicucci-Parmegiani» (l'otto marzo 2009 semi-crollata), a piazza Domenico Tani l'ingresso, destinataria del finanziamento di 13 milioni ministeriali per costruire un auditorium e l'inatteso ma benvenuto parcheggio; e, dall'altro, con il Santuario di Ercole vincitore (un pluriopificio: da Luigi Bonaparte a fabbricar cannoni per l'esercito pontificio, alla «cartiera Mecenate» – denominazione mai chiarita: neppure la ricchissima tradizione orale tiburtina suggerisce dettagli, ma tra gli anziani c'è chi l'appella ancora così –, a tutti gli effetti «cartiera Segré»; precisamente, «Cartiere tiburtine e industrie affini» della famiglia Segrè (comprendenti un tempo anche la «cartiera Sibilla», logo conclusivo dell'iniziativa nel settore di Giuseppe Lippiello in società con i Parmegiani). L'apice, un migliaio di addetti a lavorare lì, dalla carta per sigarette alla Kraft (imballaggi, le buste del pane) –, per finire con la finnica «United Paper Mills».



Uno studio che l'architetta Piseddu orgogliosamente dichiara essere stato selezionato per la mostra mondiale di architettura tenuta a Sofia (Bulgaria), maggio 2018. E puntualizza, con una certa qual dose di verve polemica, in risposta a qualche spunto insinuante chissà quali magheggi, che è tutto conforme al piano regolatore di Tivoli e comunque allo strumento urbanistico dedicato.



Sul naturale, noioso non stalvolta, tran tran social, invece avrebbe meritato l'attenzione la mancata risposta al lettore su «chi è il proprietario?», un interrogativo che proprio perché inevaso ha finito per aumentare la curiosità. Perché non dire che il complesso risale alla «Fincres spa» di Bartolomeo Terranova? Chi lo impedisce?



A meno che, proprio il «chi mette gli euro?», non abbia provocato un cortocircuito, il disappunto uguale e contrario di entrambi. Perché l'atteso da Terranova peana al ripristino dei luoghi si è dovuto inchinare a giudizi che prescindono dalle condizioni d'origine, insensibili alla portata dell'investimento; dell'architetta, in quanto il punto di domanda subordina il valore della creatività a quello del mercato, un tanto al metro quadro. Epperò senza soldi non si canta messa.



Potrebbe finire qui se non ci fossero altre decifrazioni – un po' gossip talvolta – da offrire: Bartolomeo Terranova, inutile girarci intorno, non risulta simpatico alla gggente. Lo storico «Acque Albule» cancellato a favore di «Terme di Roma», logo commercialmente più redditizio a suo dire, provocò una rivolta in città. Protesta che lo lasciò indifferente.


Ciò inevitabilmente ricade sui collaboratori, professionalmente indiscutibili (Alessandra Piseddu tra questi, non l'unica. Si pensi a Eligio Rubeis: altro architetto – diversa specializzazione – giudicato unanimemente ineccepibile, le disavventure giudiziarie in qualità di sindaco di Guidonia Montecelio non hanno investito la professione).



Con Terranova, il sasso che rotola diventa valanga, il centesimo patrimonio, di lui si dice che abbia sostituito il cuore con il portafoglio. Se Tivoli non fosse satura, godesse di più superfici disponibili, le citazioni sui suoi programmi (e sui conseguenti progetti di Alessandra Piseddu) chissà quante righe occuperebbero sull'informazione. Tutto vero. Anche se è limitativo credere che la vetta ovunque ricercata poggi esclusivamente sul gruzzolo, riflesso di uno specchio provvisto di codice-Iban.



Perché, absit iniuria eccetera, Bartolomeo Terranova nella comunicazione dà punti al duo Salvini-Di Maio – (non) vende sogni..., il cielo è sempre azzurro – così come nella individuazione del nemico da abbattere. Che non perde di vista fino a scopo raggiunto.



Infine, la politica, altro Dna del personaggio. Ambito nel quale l'imprenditore libico (Terranova è nato a Tripoli il 14 gennaio 1941: la passione per le palme) ha registrato sconfitte e delusioni quando praticata direttamente (voleva fare il sindaco di Guidonia Montecelio: Forza Italia gli preferì la sconosciuta Teresa Bonelli), e trionfi quando s'è «appoggiata». A partiti e a personaggi.
 Da ultimo a Giuseppe Proietti, l'attuale sindaco di Tivoli. In vista del nuovo accordo sulle Terme.


Altro non rimane salvo quel «rispettoso?»: la risposta – che non vuol essere uno sberleffo –, è no, non lo è. Sarebbe come accettare l'appagamento del mare con l'isola galleggiante della plastica. Si violenta un «luogo sacro» con l'«insieme degli spazi compositi interstiziali le piazzette i percorsi pedonali ed il verde, che favorisce l'incontro e le relazioni sociali – illustra Alessandra Piseddu –. L'apparente casuale comporsi degli elementi più disparati quali androni, sottopassaggi, terrazze fiorite, loggette, torri, creano di volta in volta quell'effetto sorpresa che contraddistingue e dà valore ai nuclei storici».



Concesso, non sarà una semplice colata di cemento. Ma l'affidamento della replica al ricamo della fantasia non allevia l'impressione negativa. Il tratto che disturba ben oltre le mediazioni è l'ostentazione della diversità, l'osanna alla differenza.


Una volta si sarebbe attinto allo «sperimentale». Ora si poggia sul «funzionale». Ma non risulta che il quartiere medievale di Tivoli ambisca a divenire metropoli.