Pneumatici e frigoriferi in disuso: la discarica abbandonata alle porte di Roma

Dopo la cacciata degli zingari, un anno e mezzo fa, nell'ex polverificio 'Stacchini' tutto è come allora: una montagna di rifiuti. Il sindaco Proietti: “Non possiamo intervenire, Tivoli è un piccolo Comune”

L'ingresso dell'ex polverificio "Giovanni Stacchini" a Tivoli Terme

L'ingresso dell'ex polverificio "Giovanni Stacchini" a Tivoli Terme

Tommaso Verga 3 aprile 2018

di Tommaso Verga
Sessanta ettari. I più svariati utilizzi. Reali, immaginati e presunti. Il colpo d’occhio assegna il primato a vecchi elettrodomestici in disuso, frigoriferi in particolare, seguiti dai copertoni di auto e camion. Ci si stupisce per la quantità, moltiplicata dalle singole dimensioni ammucchiate. Figurarsi lo sbalordimento a leggere le modalità di scioglimento di Forza Italia tramutata nel 2008 in Popolo delle libertà. Ma anche la redazione dello Statuto dell'Italia dei valori. A firma dei differenti contraenti nello studio del notaio Matella. Carte intestate, anch'esse ammucchiate in quel deposito.
Nel quale c'era e c'è di tutto. Dalla “presa d’atto”, modifiche nessuna. Diciamo… da quindici anni in qua. 

Indice puntato sui rom che quella superficie hanno occupato per tutto questo tempo, una baraccopoli "in piedi" fino a un anno e mezzo fa. Zingari – di etnia in larga parte italiana, siciliani per lo più – insediati nell'ex polverificio "Stacchini" a Tivoli Terme (per gli appassionati del vintage, Bagni di Tivoli). I fuochi notturni, i pestilenziali incendi degli avvolgenti i metalli. La guaina dei fili elettrici, rame da rivendere. Il puzzo tossico analogo della gomma avvolgente la gabbia di ferro degli pneumatici.
Fin qui tutto noto e risaputo.


Così come la "vocazione incendiaria". 
E le carte del notaio? Sarà stato Jegg Robot, risalendo il Tevere verso l’Aniene? Perché nessun altro zingaro se ne sarebbe potuto occupare. Quindi, si converrà, fondata su una traccia privata di paraocchi ideologico-razzisti, non c'è altra diversa conclusione d’una discarica utilizzata da tutti gli sversatori illegali. Con qualche segno grafico risalente persino alla Metro romana.
Una situazione che ogni tanto viene “scoperta” dall’informazione e ricoperta all’indomani. Come si addice, appunto, a una discarica. Quello che infastidisce è l’evidenziazione della sorpresa (“Toh, guarda cosa c’è alle porte della Capitale” a decine, sufficiente interpellare un qualsiasi motore di ricerca), ma soprattutto la povertà della reazione del governo cittadino (bonifica? “Non possiamo intervenire, Tivoli è un piccolo Comune”).
Si diceva degli utilizzi. Il più ambizioso venne titolato in “Interporto Roma Est”, una piattaforma logistica che riunì ai 60 ettari del terreno di proprietà pubblica alcuni altri possedimenti minori, una posizione ottimale. La perizia del tribunale fallimentare ha valutato attorno a 10 milioni e mezzo il valore di quanto è rimasto.
Che non sarebbe nemmeno da disprezzare se non fosse che un impianto siffatto dovrebbe fare i conti con le Terme Acque Albule spa, l’azienda termale dove il socio maggioritario pubblico – il Comune di Tivoli possiede il 60 per cento – ha ceduto la gestione al ragionier Bartolomeo Terranova, decisamente contrario alla possibilità di costruire una struttura logistica a ridosso delle piscine, “rovinerebbe l’ambiente circostante”.
Chissà se è quel che ha scoraggiato la "Euroiset Italia", la srl che a settembre del 2014 ha rilevato l'area dal giudice fallimentare. Senza conseguenza alcuna sia dal punto di vista dello sviluppo che da quello del risanamento.