La «filiera delle truffe»: i roghi, il traffico dei metalli, le assicurazioni

Quindici arresti nell'«operazione Tellus» («Madre Terra») dei carabinieri. Ordinanza della Direzione distrettuale antimafia su Latina, Roma e Rieti. Ai rom il compito dei fuochi, agli italiani l'acquisto dei metalli

I carabinieri stamattina nel campo nomadi di via Salviati al Collatino

I carabinieri stamattina nel campo nomadi di via Salviati al Collatino

Tommaso Verga 15 gennaio 2019
di Tommaso Verga
A operazione terminata, l'auspicio di chi ci vive (oggi finalmente possibile) è quello di vedere conclusa senza «code» la stagione pluriennale dei «roghi tossici» nell'area a est della capitale. Dentro e fuori il perimetro delle mura. Perché, il rendiconto finale potrebbe corrispondere a una delle operazioni giudiziarie più significative degli ultimi tempi: dai roghi dei semilavorati degli elettrodomestici alle auto rubate e smontate con i pezzi venduti «sottobanco» anche all'estero malgrado il rimborso delle assicurazioni. Una filiera delle truffe sui prodotti metallici di grande rilievo.
Rifiuti per tre milioni di chili pari a oltre 440mila euro il «bottino» sequestrato: è la sintesi al momento dell'«operazione Tellus», che stamattina ha portato all'arresto di 15 persone (6 in carcere e 9 ai domiciliari), tre obblighi di presentazione quotidiana in caserma, 12 divieti di dimora nel territorio della provincia est di Roma. In aggiunta, il sequestro preventivo di uno «sfascio» e di 25 autocarri utilizzati per il trasporto illecito di rifiuti.
In azione, i carabinieri forestali di Roma, Rieti, Latina e la sezione di polizia giudiziaria della procura capitolina, insieme ai reparti territoriali dell'Arma. Le misure, adottate dal tribunale di Roma su richiesta della Dda (Direzione distrettuale antimafia). Totale, 57 indagati a vario titolo per traffico illecito di rifiuti, associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e ricettazione di veicoli e truffa in danno delle assicurazioni, simulazione di reato, favoreggiamento personale.
IL RUOLO DEGLI «SFASCI», I DOCUMENTI FALSI 
Indagini complesse, che hanno consentito di ricostruire un'intera filiera illegale per la gestione di rifiuti metallici speciali ed urbani, dal fornitore al trasformatore, con destinazione finale una società di recupero. Presso la quale avveniva l'ultima «ripulitura cartolare», ovvero la fornitura d'una documentazione ambientale redatta ad hoc, necessaria per legittimare la provenienza illecita.
A conferire i rifiuti – dicono i carabinieri – per lo più soggetti di etnia rom, residenti presso campi nomadi ed insediamenti abusivi della capitale, «all'interno ed in prossimità dei quali avvenivano sistematicamente le illecite attività di gestione delle più disparate tipologie di rifiuti, anche ingombranti, trasportati dopo averli raccolti rovistando nei cassonetti, e/o prelevandoli da utenze domestiche ed attività commerciali/artigianali.
«All'interno delle suddette aree – si prosegue –, in totale mancanza dei presidi ed in spregio delle norme a salvaguardia dell'uomo e dell'ambiente, avvenivano delle vere e proprie operazioni di cernita, separazione e disassemblaggio, per l'estrazione delle componenti di valore dei rifiuti (come l'estrazione delle serpentine in rame dagli elettrodomestici fuori uso, ndr), che venivano poi rivendute alla società di recupero al fine di conseguire un ingiusto profitto, consistito per i trasportatori nel corrispettivo di vendita al predetto centro, e per la società ricevente nella successiva commercializzazione ad un prezzo superiore a quello di acquisto, lucrando sulle spese relative all'attività di recupero ed allo smaltimento delle componenti "indesiderate"».
Un «risparmio» per la società, in tal modo tramutato in «costo» direttamente riversato sulla collettività,  dal momento che le frazioni estranee venivano notoriamente e sistematicamente smaltite mediante abbandono sul suolo, creando immense discariche abusive periodicamente e ciclicamente date alle fiamme – si pensi al «tappeto» di frigoriferi fuori uso a Tivoli Terme o ai roghi di Case Rosse – e aree per creare nuovi spazi per il deposito di altri rifiuti, il tutto con evidenti effetti negativi sulle matrici ambientali,  anche sollevando non pochi problemi di ordine sociale, come deducibile dai numerosi esposti presentati a causa dai cittadini residenti e dai comitati di quartiere.
L’inizio dell'«operazione Tellus» (così denominata dalla divinità romana della Terra, a rimarcare l’impegno dei carabinieri a difesa dell’ambiente) risale all'aprile 2016, ed è il risultato di una serie di controlli eseguiti dai reparti territoriali dell'ex corpo forestale dello Stato, finalizzati al contrasto del fenomeno dei «roghi tossici» operati da soggetti di etnia rom in concorso con i titolari delle aziende di recupero, che ne ricevevano le componenti di valore (rame, bronzo, ottone in sostanza).
Il blitz, scattato alle prime luci dell'alba, ha visto impiegati oltre 150 militari sui diversi obiettivi tra Rieti, Latina e Roma, con il supporto, nella capitale, di un elicottero in costante sorvolo e da una stazione operativa mobile, impegnati nel controllo delle attività condotte presso il campo nomadi di via Salviati, al Collatino.
ANCHE L'ISCRIZIONE ALL'ALBO DEI GESTORI AMBIENTALI. Al fine di aggirare i normali controlli su strada e le verifiche presso il centro di recupero rifiuti, gli indagati avevano fraudolentemente ottenuto l'iscrizione all'Albo nazionale dei gestori ambientali, in una categoria che ne autorizzava solo documentalmente il trasporto dei rifiuti, falsamente attestandoli come prodotti nell'ambito di una sedicente attività d'impresa di tipo edile, mai realmente eseguita, in tal modo inducendo in errore anche i pubblici ufficiali del predetto albo istituito presso la Camera di commercio.
«Contestualmente – prosegue la descrizione dell'Arma –, le indagini condotte hanno permesso di appurare come il predetto centro di recupero rifiuti fosse anche il terminale di approdo, ai fini dell'occultamento, di rifiuti metallici provenienti da attività di autodemolizione e rottamazione svolta all'interno di un impianto, oggi posto sotto sequestro, costituente la base operativa di un gruppo strutturato di persone dedito alla ricezione di auto di lusso oggetto di furto o appropriazione indebita e di cui, dopo un rapido «smontaggio», ne venivano rivendute sul mercato (anche estero) alcune componenti come parti di ricambio, mentre ne venivano rottamate le carcasse.
I CONTRATTI DI LEASING FRAUDOLENTI. Quest'ultima struttura associativa organizzata, composta con diversi ruoli e responsabilità da alcuni degli odierni indagati, era diretta alla commissione di più delitti (spazianti dalla simulazione di reato e dalla truffa alle assicurazioni alla ricettazione ed al riciclaggio di autovetture), con un modus operandi che può essere così sintetizzato: 1) individuazione del potenziale veicolo oggetto dell'attività e contatto con il soggetto che ne aveva l'attuale disponibilità; 2) acquisizione dell'autovettura; 3) smontaggio delle varie componenti di valore ed occultamento; 4) smaltimento della sola scocca come rifiuto ferroso presso il citato «sfascio», che provvedeva immediatamente allo «schiacciamento» ed all'invio alle acciaierie per la definitiva distruzione.
Sono stati infine accertati diversi casi in cui i proprietari o locatari in leasing dei predetti autoveicoli, fossero in accordo con i sodali dell'organizzazione, facendo in modo di far giungere i veicoli direttamente presso l'impianto di autodemolizione, denunciandone il furto solo successivamente e lamentando dinamiche di svolgimento dell'evento totalmente false, al fine di riscuotere il premio liquidato dalla compagnia assicurativa.