La «città metropolitana di Roma» senza sindaco da Natale

Dopo l'espulsione di Fabio Fucci, primo cittadino di Pomezia che ha deciso per il terzo mandato, nessuno ha sostituito il vice di Virginia Raggi. E lo Statuto dei pentastellati si trasforma nello Statuto dei 120 comuni extra-capitolini

Palazzo Valentini in via IV Novembre. Da sede della Provincia di Roma alla «città metropolitana»

Palazzo Valentini in via IV Novembre. Da sede della Provincia di Roma alla «città metropolitana»

Tommaso Verga 3 maggio 2018

di Tommaso Verga
Sarà che sono stati eletti con un sistema definito di «secondo livello» (che si traduce in: i consiglieri dei 121 Comuni di tutta la provincia romana si votano uno con l'altro), sarà che non sanno cosa fare o, al contrario, che la portata dei problemi soverchia le possibilità, sarà la consapevolezza che la distanza con quei dannati «enti inutili» degli anni ’70-’80 è impalpabile, fatto sta che se si appendesse sul portone di via IV Novembre il cartello «chi l’ha visto?» (al femminile) non si susciterebbero grandi proteste (popolari).
Lo dimostra il  poter fare a meno del numero 1, in ogni dove colui/colei che rappresenta, decide, agisce. E' quanto sta avvenendo senza neppure le previste urla di disapprovazione de «gli sbraitanti», compagnia dell'arte filo-istrionica che, a seconda del giro di giostra, ri-produce interrogazioni e mozioni di storici melodrammatici del dopolavoro.
E’ la «Città metropolitana di Roma capitale», ormai da Natale priva della figura del sindaco (che fa le veci). Non a causa di uno dei non pochi paradossi che hanno accompagnato il varo della legge Del Rio, quanto del fatto che la violazione d'un privato Statuto – sintesi giornalistica; non si giura sulla corrispondenza dell'espressione – ha cagionato il defenestramento dell’incauto. 
Che corrisponde a una persona, Fabio Fucci, sindaco di Pomezia. Ex fedelissimo di Virginia Raggi – sindaca di Roma – al punto di essere prescelto per l’incarico di sindaco (che fa le veci; la legge Del Rio...) della «città metropolitana», e poi espulso dal movimento perché candidatosi per la terza volta alle amministrative della sua città. Vietato per i 5 stelle. Ci può stare. Se aderisci a un partito, ne accetti le regole, subisci le conseguenze di eventuali trasgressioni. 
Purché gli effetti non ricadano sui milioni di cittadini dei 121 Comuni della provincia di Roma. I quali con lo Statuto non c'entrano, e ci si chiede perché debbono sottostrare a norme che non gli appartengono.


Si dirà che, come lo si voglia «politicamente» tradurre, il governo dell'area vasta non ha  brillato, a Roma meno che altrove. Dalla coppia Pd, Ignazio Marino-Mauro Alessandri (promosso assessore alle Infrastrutture della giunta regionale di Nicola Zingaretti), a quella succeduta Virginia Raggi-Fabio Fucci, non si può certo dire che l'interpretazione sia stata soddisfacente.


Eppure le questioni sulle quali esprimersi non mancano. Almeno per la zona est della capitale. Dalle proposte sul «tavolo» del ministro Carlo Calenda – la linea della metro a Casal Monastero, il raddoppio della Tiburtina da Setteville alla Pista d'Oro – alla totale revisione della decisione sul nodo di scambio a Tivoli Terme della metropolitana, scelta che sconvolgerebbe ancor più i precari assetti sociali della pianura tiburtina.


Solo cenni. Per illustrare. Roma ha necessità di un «vero» governo della «città metropolitana».

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