Nella Regione Lazio Nicola Zingaretti vara il tripartito Pd-M5S-Fi

«Appoggio esterno» (per un anno) di 5stelle e Forza Italia. Il patto sul «Programma di lavoro». Laura Cartaginese (Fi):«Bisogno disperato di un intervento di rottura rispetto al passato». Mozione di sfiducia dell'«altra opposizione»

Laura Cartaginese e Stefano Parisi, Forza Italia, entrambi alla prima esperienza regionale

Laura Cartaginese e Stefano Parisi, Forza Italia, entrambi alla prima esperienza regionale

Tommaso Verga 7 aprile 2018

di Tommaso Verga


Fiducia a termine. Sancita da una fascicoletto titolato: «Programma di lavoro per l’avvio dell’XI Legislatura». Presentato alle opposizioni, Nicola Zingaretti ha ricavato l’impegno sul contributo (e sul controllo) di 5stelle e Forza Italia. Sei mesi per sei mesi. Lo scrutinio tra 365 giorni. Per un anno il presidente governerà senza il peso sfavorevole di quei 26 voti contro i suoi 25. Inizio propizio al governatore quindi. Nessun varco invece da parte di Lega e Fratelli d’Italia. E nemmeno da parte di Sergio Pirozzi, il sindaco di Amatrice («Giudicherò il governatore punto per punto») promotore della raccolta delle firme per una improbabile mozione di sfiducia.
Improbabile. Seppure in stand-by. Perché, nel gioco di specchi che accompagna la quotidianità della politica, non si possono escludere ricadute del quadro nazionale sul particolarmente anomalo governo del Lazio. Le spigolosità riguardano entrambi i lembi del lenzuolo. Da una parte, l’effetto sui grillini locali della im-possibile alleanza Di Maio-Salvini (per non dire Di Maio-intero centrodestra); dall’altra, sul lato opposto, l’influenza del «zingarettismo» sugli equilibri e sulla discussione interni al Partito democratico. Non solo una «suggestione». Perché il risultato ottenuto il 4 marzo, con l’aggiunta del varo della legislatura regionale in tempi decisamente brevi nonostante gli oggettivi ostacoli, rafforzano l’aspirazione alla segreteria del Pd da parte del governatore, con la certezza del sostegno da parte di Liberi e uguali, pressoché totalmente da Articolo 1/Mdp.
Inteso nel vertice nazionale. Al contrario di quello regionale e romano. I quali, con il silenzio che ha accompagnato l’assegnazione a Claudio Di Berardino dell’assessorato al Lavoro, hanno ribadito l’avversità alle scelte e alle decisioni del governatore. Contrarietà declamata ma del tutto ininfluente dal punto di vista delle conseguenze. Daniele Ognibene, unico eletto di Leu, si è da tempo dichiarato di «fede zingarettiana».
Il 27 marzo l’annuncio ufficioso, il 29 il non possumus in favore della «parità di genere», ieri l'altro il ripensamento finale: così l’ex segretario della Cgil romana è diventato assessore della Regione Lazio. L’unico atto sul quale Nicola Zingaretti ha mostrato qualche incertezza. Per il resto, nessuna invasione di campo, nelle situazioni incerte i partiti se la sono sbrogliata al loro interno.
La dimostrazione viene offerta dai voti dell'aula relativi agli incarichi istituzionali. Daniele Leodori, Pd, è stato riconfermato presidente del Consiglio. Due vice assegnati a movimento 5stelle e Forza Italia per effetto dell’accordo sul programma. Per i grillini, il vicepresidente del Consiglio regionale è Devid Porrello, che ha superato di gran carriera l’esame, con 15 voti a favore, 4 in più del gruppo consiliare pentastellato. Provenienza? Probabilmente Pd, tutti e quattro. La prima volta per un «grillino».
Netta la divisione in Forza Italia. Nella quale la segreteria regionale aveva deciso che dovesse essere Giuseppe Simeone (corrente Tajani) a occupare l’incarico. Così non è stato. A prevalere, Adriano Palozzi (corrente Gasparri, neocoordinatore dei Comuni interessati dalle elezioni del prossimo 10 giugno), eletto con 11 voti, due in più del suo designato compagno di partito.


 


Laura Cartaginese, Forza Italia: «Il presidente Zingaretti o Forza Italia non credo vogliano restare sotto scacco di qualcuno»


 


La particolarità della provincia a est di Roma scaturita dal risultato del 4 marzo: un assessore regionale (Mauro Alessandri, Pd, Monterotondo), tre consiglieri (Laura Cartaginese, Forza Italia, e Marco Vincenzi, Pd, entrambi di Tivoli; Valerio Novelli, 5stelle; di Fonte nuova). 

A conclusione del tour "zingarettiano" uno scambio di impressioni con la Cartaginese, rappresentante di Forza Italia, all'esordio nell'aula della Pisana, aiuta a capire gli umori dopo l'inaspettata conclusione delle trattative.
– Forza Italia sarà la terza gamba di Nicola Zingaretti?



«Francamente non credo che il presidente Zingaretti o Forza Italia vogliano restare perennemente sotto scacco di qualcuno. Invece penso che si cercherà un accordo programmatico con le maggiori forze politiche presenti all'interno del Consiglio, che consentirebbe di governare studiando e pianificando una soluzione in ciascun tavolo di lavoro, a seconda dei settori e delle linee di intervento che si presenteranno».


– Se dovesse nascere un governo Di Maio-Salvini cambierebbe qualcosa in Regione Lazio?


«Stando alle ultimissime notizie, questa mi sembra una ipotesi difficilmente concretizzabile. Comunque, le dinamiche regionali non possono prescindere dalle linee dettate dal governo, come sempre accaduto in precedenza. Sarà decisivo pensare al bene di un Paese che ha bisogno disperato di un intervento amministrativo che sia di rottura rispetto al passato recente».
– Una domanda fuori tema, personale: è vero che avrebbe preferito fare il sindaco di Tivoli?



«Mi ritengo una donna di partito. Quattro anni fa mi sono messa a disposizione di Forza Italia per candidarmi a sindaco di Tivoli, oggi ho fatto lo stesso per il Consiglio regionale del Lazio. E adesso, da consigliere regionale, potrò certamente essere utile alla mia città, fermo restando che insieme al mio gruppo stiamo già lavorando per le comunali del prossimo anno».


 


 

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