«Ladydialisi» condannata anche in appello: 4 anni a lei, due al coniuge

L'impiegata amministrativa della Asl di Subiaco accreditava al marito i rimborsi trasporto-ammalati. Deve rifondere 350.000 euro alla Rm5 più le spese di giudizio.

Virginia Gelmini (dal profilo Facebook della donna)

Virginia Gelmini (dal profilo Facebook della donna)

Tommaso Verga 2 maggio 2018

di Tommaso Verga


Condannata «alla pena di di anni quattro di reclusione, al pagamento delle spese processuali» (5.400 euro) e di quelle generali, nonché «al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali a favore della costituita parte civile – la Asl Rm5 –, liquidati in 350.000,00 oltre interessi»; per il secondo indagato, «anni due di reclusione». Così, un anno fa, il tribunale di Tivoli. Sentenza depositata il 2 maggio 2017. Ricorso dei condannati dinanzi la Corte di appello del tribunale di Roma e conclusione il 21 febbraio scorso con la totale conferma del verdetto precedente emesso dal «palazzaccio» tiburtino.
Ora, dopo il ricorso fallito, a Virginia Germini, 50 anni, l’impiegata amministrativa della Asl, arrestata il 24 ottobre del 2016, in base all’accusa di aver «trasferito» 311mila euro dai conti aziendali al suo utilizzo personale, e al marito Franco Vannoli, 57 anni, condannato per ricettazione, altra possibilità non resta che la Cassazione. Si vedrà se tenteranno l’estrema ratio.


Nei procedimenti, sono state quasi interamente accolte le richieste della pubblica accusa (che chiedeva la condanna della donna a cinque anni), indirizzata a smontare il meccanismo che aveva permesso all’impiegata di entrare in possesso dei 311mila euro. Secondo gli accertamenti, la trafila prevedeva l'accredito delle somme – causale: rimborsi per il trasporto-dializzati – sul deposito bancario del marito attraverso l’emissione di falsi mandati di pagamento a suo nome (alla fine se ne sarebbero contati 89). Il Vannoli aveva aperto il conto corrente per farsi accreditare lo stipendio una volta ottenuta la stabilizzazione in Ares. 
Parallelamente alla cronaca giudiziaria, corre l'interrogativo sul recupero o meno degli importi distratti dall’impiegata. Nessuna comunicazione da parte dell’Azienda sanitaria anche se, all’interno, non manca chi sostiene che la Rm5 sia rientrata per intero delle somme sottratte grazie alla tempestività dell’azione del tribunale di Tivoli diretta al sequestro preventivo dei beni intestati ai due.


Delucidazioni non sarebbero superflue né inutili. Perché, all’indomani dell’arresto, venne annunciata la confisca di una Renault Kadjar e di tre immobili, tutti a Subiaco. Valore: 28 mila, 64 mila e 15 mila euro. Somma ben lontana dai circa 350mila euro decisi dai tribunali aumentati dei 7.226,63 euro suddividi tra spese legali e onorari del professor Adolfo Scalfati, difensore della Rm5. Trattandosi di soldi pubblici, privatizzare la chiarezza non è il massimo.

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